Il risentimento familiare, una richiesta di aiuto economico rifiutata e la decisione di coinvolgere Gianluca Galeota. Nei verbali del collaboratore di giustizia Carmine Grosso emerge il racconto di un episodio estorsivo ai danni del nipote, che lo stesso ex esponente del clan avrebbe ammesso davanti ai magistrati.
Grosso è chiamato a rispondere, insieme a Gianluca Galeota, dei fatti contestati al capo 54 della richiesta di rinvio a giudizio. Interrogato sulla vicenda, ha ammesso le proprie responsabilità, fornendo una ricostruzione dei rapporti familiari e dei motivi che, secondo il suo racconto, lo avrebbero spinto a maturare la decisione.
La richiesta di mille euro e il rifiuto del nipote
Nel verbale, Carmine Grosso racconta di essersi sempre impegnato per aiutare il nipote, sia sul piano personale sia su quello economico. Tra gli episodi richiamati, riferisce di essere intervenuto in passato presso i Sequino per evitare che il parente venisse picchiato dopo una vicenda legata alla donna di un suo amico. (“si comportò male con la donna di un suo amico il quale chiese l’intervento dei
Sequino che volevano picchiarlo; grazie al mio intervento presso i Sequino, ciò non accadde”)
La situazione, però, sarebbe cambiata quando lo stesso Grosso si sarebbe trovato in difficoltà economiche. In quel periodo avrebbe chiesto al figlio di suo cugino, un prestito di mille euro, impegnandosi a restituirlo con rate mensili da 100 euro.
In un primo momento, secondo il suo racconto, questi avrebbe promesso di aiutarlo. Successivamente, però, gli avrebbe inviato un messaggio spiegando di non essere nelle condizioni di poterlo fare. Una risposta che Grosso avrebbe vissuto con amarezza, ritenendo di essersi sempre speso per quella famiglia.
A questo episodio si sarebbe aggiunto un altro motivo di risentimento: il nipote si sarebbe risposato senza invitarlo alla festa. Due circostanze che, stando alle dichiarazioni rese ai magistrati, avrebbero alimentato la sua delusione nei confronti dei familiari.
Il coinvolgimento di Galeota e la richiesta estorsiva
Nella ricostruzione fornita da Grosso, la vicenda si intreccia con i contatti avviati da Omissis, che cercava il cugino del collaboratore di giustizia per parlare con il figlio.
Il collaboratore afferma di aver comunicato ai parenti che li stavano cercando, senza voler intervenire direttamente nella questione. Avrebbe inoltre rifiutato di accompagnarli a casa di Omissis.
A spingerlo a non esporsi, spiega nel verbale, c’era anche la preoccupazione che i Sequino potessero utilizzare le armi nei confronti del nipote, individuandolo come possibile vittima al posto di Emanuele Durante. Tuttavia, Grosso riconosce che la ragione principale del suo rifiuto sarebbe stata il risentimento maturato per il comportamento dei familiari.
È in questo contesto che avrebbe deciso di coinvolgere Gianluca Galeota, dicendogli di estorcere denaro al cugino del pentito. Carmine Grosso sostiene che il nipote, in quel periodo, stesse guadagnando attraverso truffe assicurative.
I 500 euro e la quota da 100 per Grosso
Secondo quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia, Galeota avrebbe poi ottenuto dal cugino di Carmine Grosso 500 euro, consegnandone 100 al collaboratore.
Quest’ultimo, nel corso dell’interrogatorio, ha definito l’episodio come l’unico fatto estorsivo commesso insieme a Galeota ai danni del nipote.
Le dichiarazioni ricostruiscono dunque una vicenda in cui, secondo la versione fornita da Grosso, un conflitto familiare e il mancato aiuto economico avrebbero costituito il contesto alla base della richiesta di denaro.
Si tratta di dichiarazioni rese nell’ambito di un procedimento giudiziario, che dovranno essere valutate insieme agli altri elementi acquisiti. Le responsabilità degli imputati saranno accertate nelle sedi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

