Parla con i magistrati Giacomo Tamburello, il narcotrafficante di Campobello di Mazara arrestato con l’accusa di avere reinvestito il fiume di denaro accumulato col commercio di droga, fin dagli anni ’80, in società con Matteo Messina Denaro. Tamburello è comparso davanti al gip Antonella Consiglio per l’interrogatorio di garanzia e ha risposto alle domande dei pubblici ministeri.
Tamburello jr
Il figlio Luca, finito in carcere in Spagna insieme alla madre con le medesime accuse, si presenterà nei prossimi giorni davanti al giudice iberico che dovrà convalidare il suo arresto.
L’inizio di un lungo iter per l’estradizione che finirà per riportarlo in Sicilia, la terra dei genitori, umili origini e una lunghissima carriera criminale nel traffico di stupefacenti.
Tamburello jr, 42 anni, alle spalle un patrimonio da 200 milioni ora sotto sequestro.
“Con tutti i sacrifici che ho fatto per lui“, diceva la madre, non sapendo di essere intercettata, parlando al telefono con l’ex marito. La donna non amava la nuora, giovane moglie spagnola di Luca, e temeva che potesse approfittare della ricchezza di famiglia. Tanto da decidere di andare da un avvocato per cercare di mettere al sicuro il tesoro.
Il futuro per il figlio
Per il ragazzo i genitori avevano puntato al salto di qualità: gli studi importanti in economia internazionale e il lavoro in colossi come Morgan Stanley a Londra. Secondo gli inquirenti, il trampolino che gli avrebbe permesso di trasferire nella City e nei paradisi fiscali di mezzo mondo sarebbe stato il tesoro che il padre ha guadagnato all’ombra dei clan.
“Voglio vedere dove arriva”
“Voglio vedere dove arriva…Voglio vedere…che fine che fa…Mi usa solo per i soldi, gli fa comodo”, si sfogava la madre al telefono con l’ex marito che, prima dell’arresto di venerdì, scontava ai domiciliari nel suo paese, Campobello di Mazara, l’ennesima condanna.
“Una vita da sola, da quando aveva dieci anni…l’educazione e tutte le cose che gli ho voluto dare, io che me lo sono portato di qua per fargli avere un altro tipo di vita, e lui ce l’aveva e ragionava giusto ed era interessato alle cose, ma ora è diventato peggio degli altri, peggio, peggio che non sa neanche riconoscerle“, diceva la madre all’ex marito.
“Se si può fatturare qualcosa lì”
Dalle carte dell’inchiesta giudiziaria di Palermo emergerebbe la chiara intenzione dell’intera famiglia di abbandonare l’Europa per trasferirsi armi e bagagli a Dubai, con l’obiettivo di ricollocare e proteggere l’ingente patrimonio negli Emirati Arabi Uniti.
Il piano emergerebbe in un’intercettazione dello scorso 14 gennaio tra Luca Tamburello e il suo socio in affari, Jonas Krumnikl. Durante il colloquio, i due analizzavano dettagliatamente i vantaggi logistici e normativi garantiti da quella giurisdizione, soffermandosi sulla convenienza fiscale, sui meccanismi di fatturazione agevolata e sulla possibilità di spostare l’intera operatività economica del gruppo nel Golfo Persico. Una riflessione sintetizzata dal giovane broker con un’espressione emblematica della sua logica imprenditoriale: «Se si può fatturare qualcosa lì, allora lo hai lì».
Trovato il tesoro di Messina Denaro
Lo scorso 28 maggio è stata condotta una vasta operazione di respiro internazionale coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo e condotta dai Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza, in esecuzione di un’ordinanza emessa dal GIP presso il Tribunale alla sede con cui sono stati disposti la custodia cautelare in carcere nei confronti di 3 soggetti e il sequestro di beni, società e disponibilità finanziarie per oltre 200 milioni di euro.
Le attività sono in corso di svolgimento – oltre che in Italia – ad Andorra, a Gibilterra, alle isole Cayman, in Lussemburgo, in Svizzera, in Libano, nel Principato di Monaco e in Spagna (nelle città di Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banùs), in stretta collaborazione e costante raccordo con i collaterali Organi giudiziari e di polizia, attivati tramite richieste rogatoriali e strumenti di cooperazione europea.
La maxi operazione contro il boss di Cosa Nostra
Eseguite anche estese perquisizioni a Malaga e a Campobello di Mazara, in tutti i luoghi nella disponibilità degli indagati. Sono oltre 150 i finanzieri impegnati nelle operazioni, parte di quali anche all’estero, al fianco delle forze di polizia degli Stati coinvolti. Impiegati anche mezzi aerei, droni e dispostivi “termo scanner” per la ricerca di intercapedini e cavità nascoste, oltre a un team di esperti specializzato in analisi informatiche per l’individuazione di wallet digitali e criptovalute.
Lo spessore criminale della Primula Rossa
L’operazione giunge al culmine di una complessa attività investigativa condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Palermo, che ha consentito di ricostruire un imponente patrimonio frutto del reimpiego, in molteplici Stati europei ed extraeuropei, di ingenti capitali derivanti da attività di narcotraffico, prosperate – già a partire dagli anni ’80 – sotto l’egida di Cosa Nostra trapanese.
Le investigazioni sono nate da una segnalazione delle Autorità di Andorra relativa a una donna originaria di Campobello di Mazara con importanti disponibilità economiche in quel Paese. I successivi accertamenti hanno permesso di appurare che la stessa era stata coniugata con un narcotrafficante di elevato spessore criminale, già destinatario di plurime condanne, con rapporti di stretta contiguità con Cosa Nostra.
I pentiti sul tesoro europeo
Su questo punto, fondamentali nel corso delle indagini si sono dimostrate le dichiarazioni rese da più collaboratori di giustizia, i quali hanno chiarito come parte del flusso di denaro connesso ai traffici di stupefacenti fosse destinata, in modo sistematico, alle esigenze del mandamento di Castelvetrano e del suo stesso vertice, Matteo Messina Denaro.
Sulla base di queste premesse, si è fatta strada l’ipotesi che i fondi andorrani fossero in realtà da ricondurre alle suddette attività criminali nel settore degli stupefacenti. Sono stati avviati, dunque, più estesi accertamenti che, partendo dal Principato di Andorra, si sono irradiati in numerosi altri Paesi europei ed extraeuropei.
In particolare, iniziative di collaborazione sono state instaurate, anche attraverso la rete di esperti economico-finanziari all’estero della Guardia di Finanza, con la Spagna, il Lussemburgo, il Principato di Monaco e il Libano. In Spagna, in special modo, grazie alle intense sinergie con la Policia National, è stato possibile anche eseguire (tramite Ordine di Investigazione Europeo) attività tecniche di intercettazione, in parallelo con le analoghe operazioni condotte in Italia.
Ricchezze accumulate per 40 anni
Tutti questi accertamenti hanno permesso di cristallizzare l’imponente patrimonio sedimentato in oltre 40 anni come reimpiego dei proventi delle attività di narcotraffico. Più in dettaglio, è stato possibile acclarare come quei capitali siano stati nel tempo reimmessi nei circuiti dell’economica legale e siano oggi disseminati in una vasta moltitudine di strumenti finanziari, di partecipazioni azionarie, rapporti bancari, nonché in holding societarie e altri veicoli di schermatura localizzati, in massima parte, in Spagna, Lussemburgo, Principato di Monaco, Isole Cayman, Libano e Gibilterra. Nel merito, sono state individuate 8 società estere, di cui 5 ubicate in Spagna, 2 con sede a Gibilterra e 1 alle Isole Cayman, impiegate prevalentemente come contenitori di investimenti immobiliari e gestione patrimoniale.
L’oro del boss
Sul piano delle disponibilità, sono stati accertati numerosi rapporti bancari e portafogli titoli, distribuiti in diverse giurisdizioni, per un valore pari a circa 12,5 milioni di euro e con evidenze riferibili anche a epoche risalenti. È stata appurata, inoltre, la detenzione di quote di partecipazione di rilevantissimo valore nell’azionariato di un istituto di credito libanese. Al contempo sono state ricostruite operazioni di investimento in metalli preziosi, nella specie oltre 12 Kg di oro, poi confluiti nelle disponibilità finanziarie sottoposte a sequestro.
Di straordinario pregio, inoltre, sono gli immobili individuati, 22 in tutto, molti dei quali veri e propri resort di lusso, situati tra Marbella, Benahavis e Puerto Banùs, in alcune tra le località più esclusive della costa del Sol.
Di pari passo con la ricostruzione delle suddette ricchezze, le indagini hanno altresì evidenziato come le stesse siano state nel tempo gestite, sotto la supervisione del richiamato narcotrafficante, dalla moglie e soprattutto dal figlio (anch’essi sottoposti a custodia cautelare in carcere). L’intero patrimonio sopra descritto è stato attinto dal provvedimento emesso dall’A.G. palermitana.


