Una vera e propria batosta per Donald Trump. Le elezioni di Midterm negli Stati Uniti si trasformano in un pesante schiaffo politico per il presidente americano, con i Democratici che riescono a conquistare il controllo di entrambe le Camere del Congresso, strappando ai Repubblicani una serie di seggi anche in Stati storicamente conservatori. Un risultato che ridisegna gli equilibri politici di Washington e che rischia di condizionare profondamente gli ultimi due anni della presidenza Trump. Non si tratta soltanto di una sconfitta elettorale, ma di un segnale di forte malcontento nei confronti dell’amministrazione repubblicana, soprattutto per la gestione dell’economia, l’aumento del costo della vita e le scelte di politica estera. A rendere ancora più clamoroso il risultato è quanto accaduto in Texas, dove i Democratici hanno ottenuto una vittoria storica che fino a poco tempo fa sembrava quasi impossibile.
Midterm Usa, Democratici conquistano Camera e Senato: cosa cambia per Trump
Il dato politico più importante è la conquista di entrambe le assemblee del Congresso. I Democratici hanno ribaltato i rapporti di forza sia al Senato sia alla Camera dei Rappresentanti, ottenendo così la possibilità di mettere un freno all’agenda politica del presidente. Al Senato il blocco democratico può contare su 52 seggi, considerando anche i due senatori indipendenti che votano con il partito, contro i 41 repubblicani già assegnati nel conteggio disponibile nelle prime ore successive al voto. Restano ancora alcune sfide da definire, ma la maggioranza democratica è ormai acquisita. Alla Camera, invece, lo scrutinio è ancora in corso: i Democratici hanno già conquistato il controllo dell’assemblea, con oltre due dozzine di seggi strappati ai Repubblicani e un conteggio provvisorio che, nelle prime rilevazioni, indicava 195 seggi democratici contro 120 repubblicani già assegnati. Non si tratta ancora del bilancio definitivo sui 435 deputati, ma il risultato politico è ormai chiaro. Per Trump significa perdere il controllo del potere legislativo e ritrovarsi davanti un Parlamento che potrà ostacolare molte delle sue iniziative.
Camera e Senato: quali poteri hanno negli Stati Uniti
Per comprendere la portata della sconfitta di Trump bisogna capire come funziona il sistema americano. Il Congresso degli Stati Uniti è composto da due assemblee: la Camera dei Rappresentanti e il Senato. La prima è formata da 435 membri, eletti ogni due anni sulla base della popolazione dei singoli Stati. Ha un ruolo fondamentale nell’approvazione delle leggi, nella gestione delle risorse pubbliche e nel controllo dell’amministrazione. È proprio la Camera, inoltre, ad avere il potere di avviare una procedura di impeachment contro il presidente. Il Senato è invece composto da 100 membri, due per ciascuno dei 50 Stati, eletti per un mandato di sei anni. Ha il compito di esaminare e approvare le leggi insieme alla Camera, confermare importanti nomine presidenziali, compresi i giudici federali e i ministri, e ratificare i trattati internazionali. Quando viene avviata una procedura di impeachment, è il Senato a celebrare il processo e a decidere se il presidente debba essere rimosso. Le due assemblee, quindi, hanno poteri distinti ma complementari e rappresentano un fondamentale sistema di controllo sull’esecutivo.
Trump rischia l’impeachment: ora i Democratici possono avviare la procedura
La conquista della Camera ha un’importanza particolare anche per un altro motivo: i Democratici potranno decidere di avviare una procedura di impeachment contro Donald Trump. Non significa che il presidente verrà automaticamente rimosso, ma che i suoi avversari avranno gli strumenti parlamentari per mettere formalmente sotto accusa il capo della Casa Bianca. La procedura può partire con l’approvazione a maggioranza semplice degli articoli di impeachment da parte della Camera dei Rappresentanti. Successivamente la questione passa al Senato, dove si svolge il processo vero e proprio. Per condannare il presidente e rimuoverlo dall’incarico serve però una maggioranza dei due terzi dei senatori presenti: una soglia molto difficile da raggiungere, anche con il controllo democratico dell’assemblea. La nuova maggioranza potrebbe quindi aprire un fronte giudiziario e politico particolarmente delicato per Trump, anche attraverso commissioni d’inchiesta e audizioni sui comportamenti della sua amministrazione. L’impeachment non è dunque una conseguenza automatica delle elezioni, ma una possibilità concreta che ora torna al centro del dibattito politico americano.
La storica vittoria in Texas: uno Stato simbolo dei Repubblicani passa ai Democratici
Tra i risultati più clamorosi della notte c’è sicuramente quello del Texas. Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore repubblicano Greg Abbott, conquistando la guida di uno degli Stati più importanti degli Stati Uniti. Un risultato storico, considerando che il Texas è da decenni una delle principali roccaforti del Partito Repubblicano. L’ultimo governatore democratico era stata Ann Richards, rimasta in carica dal 1991 al 1995. Da allora, per oltre trent’anni, il governatorato è sempre rimasto nelle mani dei Repubblicani, prima con George W. Bush, poi con Rick Perry e infine con Abbott. Hinojosa diventerà inoltre la prima governatrice latina nella storia dello Stato. Ma la vittoria democratica in Texas non si ferma al governatorato: anche James Talarico ha conquistato un seggio al Senato, battendo il repubblicano Ken Paxton. Si tratta di un altro passaggio storico, perché il Texas non eleggeva un senatore democratico dal 1988. La doppia affermazione dimostra quanto sia cambiato il clima politico anche in territori considerati per anni praticamente inespugnabili per i Democratici. Un campanello d’allarme enorme per Trump, che nel 2024 aveva conquistato il Texas con un vantaggio netto.
Le elezioni dei governatori: 36 Stati al voto e altre vittorie per i Democratici
Le elezioni di Midterm non riguardano soltanto il Congresso. In questa tornata sono stati chiamati alle urne anche gli elettori di 36 Stati americani su 50 per scegliere il governatore, una carica che negli Stati Uniti ha poteri molto importanti su sanità, istruzione, sicurezza, tasse e amministrazione locale. Anche in questo caso il risultato rappresenta un successo significativo per i Democratici, che hanno conquistato diversi governatorati precedentemente controllati dai Repubblicani. Tra le vittorie più importanti ci sono quelle di Keisha Lance Bottoms in Georgia, che diventerà la prima donna afroamericana a ricoprire la carica di governatrice negli Stati Uniti, Amy Acton in Ohio, Rob Sand in Iowa e Gina Hinojosa in Texas. I Democratici hanno ottenuto successi anche in Michigan e Wisconsin, mentre hanno confermato importanti governatorati in Stati come Pennsylvania, Arizona, New York, California, Maryland e Illinois. I Repubblicani hanno invece mantenuto il controllo della Florida e dell’Oregon, mentre alcune altre sfide sono ancora in fase di definizione. Il risultato complessivo porta il Partito Democratico verso una maggioranza dei governatorati nazionali che mancava da circa vent’anni. Un dato importante perché i governatori possono rappresentare un contrappeso alle decisioni della Casa Bianca, anche attraverso ricorsi giudiziari contro le politiche federali.
Il primo senatore musulmano nella storia americana: chi è Abdul El-Sayed
Tra le vittorie simboliche della notte c’è anche quella di Abdul El-Sayed, candidato democratico che ha conquistato il seggio del Michigan al Senato, battendo il repubblicano Mike Rogers. El-Sayed sarà il primo musulmano a entrare nel Senato degli Stati Uniti. Ha 42 anni, è stato direttore della sanità pubblica della contea di Wayne ed è figlio di immigrati egiziani. La sua campagna si è concentrata soprattutto sulla sanità pubblica, sulla riduzione del costo della vita e sulla necessità di limitare il peso delle grandi aziende nella politica americana. La sua affermazione è particolarmente significativa anche perché rappresenta una vittoria dell’ala progressista del Partito Democratico, che negli ultimi mesi aveva dovuto affrontare forti contrasti con l’establishment del partito. La sua elezione potrebbe rafforzarne il peso politico in vista delle presidenziali del 2028, anche se al momento non ci sono annunci ufficiali di una sua candidatura alla Casa Bianca. Va precisato che non si tratta di una vittoria ottenuta grazie a un’investitura pubblica di Barack Obama: El-Sayed ha costruito la propria affermazione soprattutto attraverso una campagna progressista e una mobilitazione elettorale dal basso.
Trump ha governato a colpi di decreti esecutivi: 292 firmati in meno di due anni
Un altro elemento che aiuta a comprendere il rapporto tra Trump e il Congresso riguarda il ricorso ai decreti esecutivi, gli strumenti con cui il presidente può impartire direttive agli uffici e alle agenzie dell’amministrazione federale senza attendere una nuova legge approvata dal Parlamento. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, Trump ha firmato 292 decreti esecutivi, secondo i dati aggiornati al 3 novembre 2026. A questi si aggiungono 90 memorandum presidenziali e 192 proclami. Si tratta di numeri particolarmente elevati se confrontati con quelli di altri presidenti nello stesso periodo del mandato: alla stessa altezza temporale, Joe Biden aveva firmato 104 decreti esecutivi, Trump nel suo primo mandato ne aveva firmati 86 e Barack Obama 67. Il ricorso a questi strumenti permette al presidente di intervenire rapidamente su questioni economiche, amministrative, migratorie e internazionali, senza dover necessariamente ottenere il consenso preventivo del Congresso. Non significa, tuttavia, che il presidente possa sostituirsi completamente al Parlamento: i decreti esecutivi non sono leggi, non possono modificare autonomamente le norme approvate dal Congresso e possono essere contestati davanti ai tribunali. Trump ha fatto ampio ricorso a questo strumento anche per superare lo stallo politico e portare avanti le proprie priorità senza dover affrontare ogni volta una complessa trattativa parlamentare. Con la nuova maggioranza democratica, però, molte delle sue iniziative potrebbero incontrare ostacoli ancora più forti.
Cosa può succedere adesso: Trump rischia di perdere il controllo della politica americana
La domanda che ora si pongono gli osservatori internazionali è cosa farà Trump dopo una sconfitta di queste dimensioni. Il presidente dovrà convivere per gli ultimi due anni del mandato con un Congresso controllato dai Democratici, che potrà bloccare le sue proposte legislative, ostacolare alcune nomine e avviare indagini sull’operato della sua amministrazione. Potrebbe diventare molto più difficile approvare nuove riforme fiscali, provvedimenti sull’immigrazione e misure economiche. Ma c’è anche un altro scenario, forse ancora più delicato. Trump potrebbe decidere di sfruttare gli ultimi due anni alla Casa Bianca senza preoccuparsi troppo delle conseguenze politiche sulle successive elezioni presidenziali, visto che non potrà ricandidarsi per un terzo mandato, secondo il limite costituzionale. Potrebbe quindi irrigidire ulteriormente la propria linea, cercando di ottenere risultati attraverso i poteri dell’esecutivo, soprattutto sui temi che rientrano nelle prerogative presidenziali. Il rischio di una presidenza ancora più imprevedibile riguarda soprattutto la politica estera: il presidente americano è comandante in capo delle forze armate e dispone di ampi margini di intervento nelle relazioni internazionali. Le scelte sulla guerra con l’Iran, sui rapporti con la Russia, sull’Ucraina, sulla Cina e sulla NATO potrebbero quindi diventare terreno di nuove tensioni. Il Congresso può intervenire anche su questi temi, attraverso il controllo dei finanziamenti, le leggi e i poteri del Senato, ma non può sostituirsi automaticamente al presidente nelle decisioni quotidiane di politica estera e militare. Il rischio è dunque quello di una fase di forte scontro istituzionale, con una Casa Bianca determinata a non arretrare e un Congresso pronto a controllarne ogni mossa.
Perché le elezioni americane interessano anche l’Europa e l’Italia
Quello che accade negli Stati Uniti non riguarda soltanto gli americani. Le decisioni del presidente e del Congresso hanno conseguenze dirette anche sull’Europa e sull’Italia, soprattutto in materia di sicurezza, commercio ed economia. Gli Stati Uniti sono il principale alleato militare europeo all’interno della NATO e qualsiasi cambiamento nella loro politica estera può avere ripercussioni sugli equilibri del continente. La guerra in Ucraina, i rapporti con Mosca, il sostegno militare a Kiev e le tensioni in Medio Oriente sono questioni sulle quali Washington continua ad avere un peso determinante. Una presidenza Trump più isolata sul piano interno potrebbe incontrare maggiori difficoltà nel portare avanti alcune scelte, ma potrebbe anche cercare di rafforzare la propria iniziativa internazionale per compensare la perdita di consenso politico. C’è poi il capitolo economico: dazi, tariffe commerciali, rapporti con l’Unione europea e politiche energetiche possono incidere direttamente sulle imprese italiane, sulle esportazioni e sui prezzi. L’Italia, che intrattiene rapporti commerciali molto importanti con gli Stati Uniti, non può quindi considerare queste elezioni una questione lontana. Anche il governo italiano dovrà fare i conti con un’amministrazione americana che, da oggi, avrà un Parlamento molto meno disponibile ad assecondarne le decisioni.
Il fallimento politico di Trump: il voto diventa un referendum sul presidente
Al di là dei singoli risultati, il dato più significativo delle elezioni di Midterm è il giudizio espresso dagli elettori sull’amministrazione Trump. Il presidente aveva cercato di trasformare la campagna elettorale in un voto sulla propria leadership, invitando ripetutamente gli americani a immaginare di votare direttamente per lui. Una strategia che si è rivelata un boomerang. Secondo i primi dati degli exit poll, circa la metà degli elettori ha considerato le elezioni un’occasione per mandare un messaggio di bocciatura al presidente, mentre tre americani su quattro si sono dichiarati arrabbiati o insoddisfatti della direzione intrapresa dal Paese. Il 70% ha inoltre dichiarato di volere un Congresso più incisivo nel controllare i poteri della Casa Bianca. Trump ha provato a ridimensionare la sconfitta, sostenendo che i Democratici abbiano semplicemente condotto una buona campagna elettorale e attribuendo parte delle responsabilità ai candidati repubblicani. Ma il risultato è difficile da interpretare diversamente: il presidente aveva chiesto agli americani di sostenerlo anche attraverso il voto di Midterm e ha perso il controllo di entrambe le Camere. Una sconfitta che apre una nuova fase della politica americana e che potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini degli Stati Uniti.

