Prima l’omicidio a Marano poi la sauna: ergastolo per Giuseppe Polverino e Simioli

Ergastolo per il superboss Giuseppe Polverino. Questa la sentenza emessa dalla Seconda Corte di Assise di Napoli per il capo dell’omonimo clan di Marano di Napoli, e di Giuseppe Simioli, elemento di spicco dello stessa organizzazione malavitosa, per l’omicidio di Giuseppe Candela, detto “Peppe 13 anni”, assassinato nel centro di Marano di Napoli, nel luglio del 2009, su specifico ordine del boss, che ne aveva decretato la morte durante un summit in Spagna. Secondo le indagini degli allora pm antimafia Woodcock e Di Mauro, Candela venne punito perché stava gestendo i suoi affari in autonomia e senza più rispondere al clan. Nel febbraio del 2016, nell’ambito delle indagini per quel fatto di sangue, i carabinieri notificarono quattro misure cautelari per Polverino, Simioli e anche a Raffaele D’Alterio e Biagio Di Lanno, quest’ultimo all’epoca collaboratore di giustizia.

 Per eliminare tracce di polvere da sparo dal suo corpo, il killer Giuseppe Simioli del clan Polverino, dopo l’omicidio di Giuseppe Candela, detto “Peppe tredici anni”, si recò, con lo “specchiettista” Salvatore Liccardi, a casa della sorella di Roberto Perrone, affiliato al clan e poi diventato collaboratore di giustizia, per farsi una sauna.
La circostanza emerge dall’interrogatorio reso dallo stesso Roberto Perrone. Il sicario non fece in tempo a cambiarsi i vestiti prima dell’omicidio e temeva di essere stato ripreso dalle telecamere di un istituto bancario dove si era recato su indicazione dello “specchiettista” (cioè di colui che doveva segnalare la presenza dell’obiettivo) mezz’ora prima dell’agguato.
Dopo l’assassinio di Candela, Simioli, temendo di poter essere individuato dalle forze dell’ordine proprio grazie a quelle immagini, andò a farsi una sauna per eliminare eventuali residui degli spari.