Suicidio in carcere, morto un pentito di camorra: «Temeva per la sua vita»

Suicidio in carcere, morto un collaboratore di giustizia [Foto d'archivio]
Suicidio in carcere, morto un collaboratore di giustizia [Foto d'archivio]

Un collaboratore di giustizia di 54 anni si è tolto la vita nel carcere di Sollicciano, a Firenze. A comunicarlo è stato il sindacato di polizia penitenziaria Uilpa in un comunicato, riferendo che l’uomo «si è impiccato, sembra, legandosi alla spalliera della propria branda, nel ‘centro accoglienzà del carcere di Sollicciano, un detenuto di origini casertane, classe 1966, collaboratore di giustizia». Inoltre, «sembra temesse per la propria incolumità».

Stando a quanto appreso, il 54enne sarebbe stato trovato ancora in vita dagli agenti intorno alle 18, ma a nulla sono valsi i tentativi soccorso. «Lo Stato ha perso due volte – ha dichiarato Gennarino De Fazio, leader nazionale di Uilpa – La prima perché non ha saputo salvaguardare, nuovamente, una vita umana che gli era stata affidata; la seconda perché non potrà più avvantaggiarsi di un collaboratore di giustizia nella lotta alla malavita organizzata che, per di più, pare avesse in passato riferito di temere per la propria vita».

Le altre notizie | Evasione da film nel carcere di Rebibbia, fuga finita per i due detenuti (Articolo del 18 giugno 2020)

La loro fuga è durata poco, due settimane appena. L’arresto è scattato vicino alla stazione ferroviaria di Cascina in provincia di Pisa. I carabinieri e gli agenti penitenziari del Nic di Firenze (Nucleo investigativo centrale) hanno rintracciato e ammanettato due detenuti evasi lo scorso 3 giugno dal carcere di Rebibbia di Roma. Si tratta di Lil Ahmetovic (46 anni) e Davad Zukanovic, 40 anni fa.  La fuga era avvenuta in modo rocambolesco. Dopo aver segato con una lima le sbarre della cella i due avevano scavalcato il muro di cinta con una fune. Poi si erano nascosti per qualche giorno nella provincia di Roma. In seguito, usando una Mercedes rubata in una concessionaria della capitale, avevano raggiunto la Toscana.

Durante l’arresto uno malviventi dei due ha aggredito fisicamente uno dei carabinieri con un morso. I due uomini, portati alla casa circondariale Don Bosco di Pisa, devono scontare ancora nove anni di reclusione. Rispondono di vari furti e rapine  più la pena che deriverà dalla loro evasione.

La lettera-beffa a Rebibbia

In una lettera-beffa lasciata nella cella di Rebibbia prima di darsi alla fuga, infatti, i due rom avevano scritto “torniamo tra due settimane”, spiegando il motivo della fuga (salvare i loro figli “finiti in un brutto giro”). I due avevano promesso poi di costituirsi una volta risolto il problema.  Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, si è complimentato con le forze dell’ordine: “Ancora una volta la Polizia Penitenziaria e le sue eccellenze, come il Nucleo investigativo dei carabinieri, hanno dimostrato il loro valore. Mi piace sottolineare la buona collaborazione avuta con l’Arma dei carabinieri”. L’indagine è stata condotta mediante appostamenti, pedinamenti, perquisizioni e altre attività di natura tecnica che hanno permesso di individuare  e acciuffare i due malviventi evasi.

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