Dopo cinque anni di calvario giudiziario e un’istruttoria fiume, il Tribunale di Napoli smonta le accuse delle presunte vittime e costituite parti civili. Smentiti in aula i racconti su estorsioni e minacce esperite da De Carlo Emilia in uno a da terzi soggetti.
Si chiude con la formula più ampia, quella che restituisce l’onore dopo sessanta mesi di ombre, ben 5 anni di calvario processuale, il processo a carico di De Carlo Emilia, la donna finita sul banco degli imputati con le accuse pesantissime di usura ed estorsione esperite ai danni della sua precedente datrice di lavoro. Il Collegio del Tribunale, accogliendo in pieno le tesi della difesa, ha pronunciato sentenza di assoluzione perché “il fatto non sussiste”, mettendo la parola fine a una vicenda che per anni ha tenuto col fiato sospeso gli ambienti economici della città.
L’impianto accusatorio, costruito su una complessa attività di indagine, dipingeva un quadro fosco. Secondo la Procura, l’imputata non solo avrebbe prestato denaro a tassi fuori mercato, ma avrebbe utilizzato metodi da “romanzo criminale” per ottenerne la restituzione. Nel capo d’imputazione figuravano minacce di morte, pesanti intimidazioni e, dato ancora più inquietante, l’evocazione di soggetti terzi — una sorta di braccio violento mai identificato — pronti a intervenire per “regolare i conti”.
Il cuore del processo è stato l’istruttoria dibattimentale, durata oltre cinque anni. Un tempo infinito, durante il quale sono sfilati testimoni, consulenti e, soprattutto, le cosiddette persone offese. Ed è proprio qui che il “teorema” dell’accusa ha mostrato le prime crepe, fino al crollo definitivo. Durante il controesame, i racconti delle presunte vittime, hanno iniziato a vacillare sotto i colpi delle controffensive dell’avvocato Salvatore D’Antonio.
Sia le contraddizioni logiche, vuoti di memoria selettivi e, soprattutto, documenti contabili alla mano che hanno smentito categoricamente la dazione di interessi usurari. Le minacce di morte, formalizzate con dovizia di particolari nelle denunce, sono evaporate in aula: nessuno dei riscontri richiesti ha trovato conferma. Al contrario, è emerso un quadro di rapporti opachi pregressi che nulla avevano a che vedere con la condotta criminale contestata all’imputata.
L’istruttoria ha infatti dimostrato che non vi è stata alcuna coartazione della volontà, né tantomeno usura, ove abbiamo assistito a un tentativo di utilizzare il processo penale per fini diversi dalla ricerca della verità.
I giudici non hanno avuto dubbi. Non si è trattato di una “insufficienza di prove”, ma di una smentita totale dell’esistenza stessa del reato. La sentenza di assoluzione con formula piena cancella non solo le accuse di usura ed estorsione, rivelatesi prive di ogni fondamento probatorio.
Per l’imputata, che in questi anni ha visto la propria vita professionale e personale congelata dal peso del procedimento, è la fine di un incubo. Per la cronaca giudiziaria, è l’ennesimo monito sulla centralità del dibattimento: il luogo dove, lontano dalle carte delle indagini preliminari e dalla sterilità delle stesse, le parole devono farsi prova. E dove, questa volta, le parole delle accuse si sono rivelate insussistenti.


