I fotografi che hanno raccontato l’Italia dell’immediato dopoguerra e della lenta ripresa sono stati innumerevoli, alcuni con documenti straordinari, altri con immagini abbastanza stereotipate. Tra i primi c’è senza altro Ando Gilardi, un uomo che ha vissuto in simbiosi con il suo strumento per tutta la vita. Il fotografo, morto due anni fa alla veneranda età di 91 anni, fondatore della Fototeca Storica Nazionale che oggi porta il suo nome, cominciò ad occuparsi di fotografia nel 1945 alla fine del secondo conflitto mondiale per conto di una commissione inter-alleata incaricata di raccogliere prove per i processi ai criminali nazisti, restaurò e poi riprodusse immagini belliche. Fu poi giornalista all’Unità, ai rotocalchi Lavoro e Vie Nuove ma proseguì con l’attività di ricerca fotografica fino alla fine dei suoi giorni. Tra gli anni cinquanta e sessanta si dedicò quasi esclusivamente a riprese etnografiche organizzando mostre ed esposizioni, poi collaborò con università, enciclopedie, riviste del settore fino alla realizzazione di alcuni dei primi libri elettronici interattivi fatti in Italia e sperimentando in prima persona le nuove tecniche di produzione digitale via Internet. Al suo attivo anche una decina di libri sulla fotografia, due dei quali ci interessano molto da vicino, “Piedi scalzi, mani nere” e “Olive & bulloni”. Le immagini in essi contenute furono realizzate nel dopoguerra quando Gilardi fu inviato del giornale ‘Lavoro’ fra gli operai delle fabbriche del nord e i braccianti del Mezzogiorno più povero. Dalla sua voce veniamo a conoscenza di realtà dimenticate, visi scolpiti dalla fatica,mestieri che oggi forse nessuno farebbe più. La sua è stata una testimonianza unica nel suo genere, basta andare a fare una capatina sul web per rendersene conto. Nei suoi libri ci sono interessanti retrospettive del singolare lavoro giovanile in un’Italia ritratta con un’ottica che la immaginava proiettata in un futuro migliore, verso una rinascita, istantanee di una forza eccezionale, fotografie in massima parte inedite ed estranee al culto di un neo realismo strappalacrime. Vi si affacciano donne e bambini, i sorrisi sono timidi, appena abbozzati perché si era consapevoli che per seppellire l’arroganza di una vita grama ed agra non era facile. La sua è stata un’arte che ha rappresentato un momento magico nella storia delle classi lavoratrici, uno sguardo insolito sull’Italia della ricostruzione e dell’inizio del boom da parte di un testimone contemporaneo, diverso da quanto narrato dai media. Quindi quando abbiamo dato uno sguardo a queste meravigliose foto d’annata, siamo stati piacevolmente sorpresi di scoprire che alcune di queste immagini riguardano proprio Qualiano, fotografata in lungo e in largo negli anni ’50 insieme ai paesini della Sicilia, della Basilicata e della Calabria in un’Italia post guerra dove le divisioni tra Nord e Sud erano ancora molto marcate. Istantanee in cui forse qualcuno potrà riconoscere un parente, un amico, un conoscente, chissà chi altri. Scatti che raccontano di un territorio agricolo, di una popolazione sofferente, di una vita quotidiana durissima, di un’economia familiare basata spesso sulla sussistenza e nulla più, dell’incontro con un’Italia essenzialmente povera e contadina con donne, bambini ed ambulanti protagonisti. Le abbiamo vivisezionate, ne abbiamo annusato il profumo del tempo trascorso, ne abbiamo apprezzato la genuinità e la fierezza, l’umiltà e l’appartenenza alla comunità, caratteristiche ormai perse che ci fanno capire come il modo di intendere la vita sia irrimediabilmente mutato e di come siano cambiate le persone. Tra queste belle immagini ne abbiamo scelte cinque tra le otto su Qualiano.
“Mondine delle noci”. E’ uno scatto molto bello del 1955 in cui si vedono tre giovani donne che guardano nell’obiettivo, una vecchina che parla allegramente con due bambine intente alla pulitura del mallo. Come si può notare la casacca delle tre operaie è quasi uguale.
“Ragazza di Qualiano”. E’ una foto del 1950 circa di una ragazza di Qualiano che carica un rotolo di giornali sulla sua bicicletta, è una tipica bellezza meridionale e il suo sguardo sembra andare oltre il fotografo. Dietro di lei un cortile di paese che fa pensare a Via Camaldoli o Via De Gasperi.
“Pescivendolo”. Immagine del 1953, pesatura del pesce, forse al mercato. Il pescivendolo è circondato da bambini e uomini che lo osservano mente usa la bilancia dove sta pesando dello stoccafisso. Chissà se era un venditore che veniva da fuori o un locale, ai posteri l’ardua sentenza.
“Salone parrucchiere”. E’ una foto del 1955, esterno della bottega di un parrucchiere da uomo. L’insegna è stranamente multlingue. Salone, barber shop, shampoo, friseur, figaro. All’interno del salone si scorge un ampio specchio dove si vede riflesso il fotografo. Trattasi quasi sicuramente del salone Patrì che era ubicato in Piazza D’Annunzio fino alla metà degli anni ’80.
“Piccolo guadagno”. E’ una foto del 1956 di un negozio che vendeva e comprava a poco prezzo articoli nuovi ed usati con esposizione di capi di abbigliamento, tappeti, cianfrusaglie varie. Il negozio si chiamava proprio “Piccolo guadagno mille articoli” e si trovava sul corso Campano proprio dove adesso c’è una farmacia con un celiachia point. A destra si intravede una officina che riparava biciclette e motorini, certamente quella del signor Lucca.
Queste foto sono patrimonio dell’Italia, di un mondo sommerso dall’avanzare del nuovo, di una realtà che sembra lontana mille miglia da noi ma sono anche un patrimonio di Qualiano, sono un piccolo pezzo di un mosaico che rappresenta la memoria storica di un luogo che proprio attraverso queste immagini deve essere riscattata e rivalutata. E sapete perché? Perché nel giugno del 2012 anche Parigi rese omaggio ad Ando Gilardi con l’Istituto Italiano di Cultura che ospitò la mostra “Olive & bulloni” col sotto titolo di “Lavoro contadino e operaio nell’Italia del dopoguerra (1950-1962)” dove, appunto, c’erano anche le foto su Qualiano. Una mostra che fu visibile per tre mesi consecutivi dopo essere stata già ospitata dalla fondazione Benetton di Treviso e dalla fondazione Corrente di Milano e che riscosse un enorme successo di pubblico. Un piccolo motivo d’orgoglio, la nostra cittadina ai piedi della Tour Eiffel. Mais oui, je suis qualianese!
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