HomeCulturaQuel 16 dicembre del 1779, esecuzione capitale a Panicocoli

Quel 16 dicembre del 1779, esecuzione capitale a Panicocoli

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Dopo l’articolo sul cataclisma che sconvolse Giugliano l’ 8 ottobre 1727 molti lettori mi hanno chiesto di narrare altre cose accadute e registrate nel diario del notaio Pirozzi.
Ho letto alcune pagine che penso possano interessarli e le riporto nello scritto che segue che, ovviamente, è stato, da me, adattato ad una lettura agevole.
Il 16 dicembre 1779 fu una giornata che la gente di Giugliano e quella di Panicocoli ricordarono a lungo per il terrore che incuteva il solo ricordo di quanto erano stati costretti a vedere.

Domenico Cacciapuoti detto “il martellatore” stava ritto sulla carretta che dal tribunale di Aversa lo stava portando a Panicocoli. Nessuno poteva avvicinarsi. Le guardie dall’alto dei cavalli, sguainando le sciabole, impedivano a chiunque di avvicinarsi al condannato. Solo i confratelli della Congregazione dei Bianchi, che lo assistevano prima della esecuzione, potevano accostarsi ogni qualvolta, terminata una preghiera, gli porgevano il Crocefisso per permettergli di baciarlo. Domenico lo faceva ma il suo viso non mostrava segni di paura. Si era proclamato innocente ma non era bastato, il processo era durato qualche ora e la sentenza era stata celere: condannato a morte per omicidio.

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Domenico commerciava in animali, legname, granaglie, per questo intratteneva rapporti con persone della zona vesuviana, acquistando da loro animali e merci che rivendeva sia in Panicocoli che nelle zone vicine. Non era sposato Domenico anche se un pensiero lo stava facendo con una ragazza di Giugliano. Del resto a 30 anni bisognava mettere la testa a posto e, poi, economicamente non se la passava male.

Era successo che uno di questi commercianti era venuto dal paese di Quindici per regolare i conti ed incassare il danaro che Domenico doveva dargli per quanto aveva comprato negli ultimi due mesi. Domenico era andato a riceverlo nella piazza del paese, proprio davanti al palazzo dei Majone. Tutti avevano visto il forestiero arrivare, verso le cinque del pomeriggio, col suo carretto tirato da due cavalli. Tutti lo avevano visto entrare nella casa di Domenico, al piano terra di un cortile pieno di famiglie e con tanti ragazzi che giocavano proprio davanti alla sua casa. Nessuno lo aveva visto andare via, anche se la carretta ed i cavalli erano spariti già al mattino seguente.

Dopo qualche giorno i familiari del commerciante, preoccupati per la sua assenza, si risvolsero alle guardie di Quindici narrando del mancato ritorno a casa del loro congiunto e del viaggio che aveva fatto per incassare danaro dal Cacciapuoti. Quando il dispaccio era arrivato alle guardie di Giugliano queste si erano recate in casa di Domenico: tutto era in ordine, non vi erano segni di colluttazioni o altro che potesse fare pensare ad una lite per motivi di interesse sfociata in qualche cosa di irreparabile.

Cacciapuoti riferì che il suo ospite la sera stessa, dopo avere incassato il danaro, aveva preso la via del ritorno, nonostante fosse stato sconsigliato di affrontare tale viaggio di notte e senza protezione alcuna. Ma, riferì, l’uomo era voluto andare via e dal quel momento non lo aveva più visto.
Le guardie misero la casa a soqquadro trovando poche monete e nessuna arma.
Il sospetto era forte ma non vi erano prove.
La cosa pareva essersi assopita e nessuno ne parlava più quando, dopo qualche giorno, a qualche centinaio di metri dalla casa di Domenico, il furibondo latrare di cani incuriosì alcuni abitanti di una masseria. Il massaro, seguito da alcuni lavoranti, si avviò verso la muta di cani che si azzuffavano in modo violento contendendosi qualche cosa. Da lontano non capivano quale fosse l’oggetto conteso ma quando arrivarono a pochi metri inorridirono. Quello che videro li fece invocare l’aiuto di tutti i santi di cui avevano conoscenza: quello che i cani stavano dilaniando erano i resti di un essere umano.
Accorsero le guardie e immediatamente, dopo avere dato disposizioni per il recupero dei resti del cadavere, andarono ad incarcerare Domenico.

Fu portato nelle carceri di Giugliano ed interrogato per alcune ore. Continuava a ripetere che una lite sarebbe stata udita dai vicini, dai ragazzi che giocavano fuori dalla sua porta. Faceva notare che il poco danaro trovato in casa testimoniava che quello che possedeva lo aveva dato al suo fornitore. Che nessuno lo aveva visto uscire di casa e che nessuno aveva trovato nella sua stalla il carretto e i due cavalli dell’uomo ucciso.
Ma per le guardie non poteva essere stato che lui.
Del resto perché qualcuno altro avrebbe dovuto ucciderlo? Forse per rubargli il carretto e i cavalli? Forse dei vagabondi che avevano approfittato dell’oscurità della notte?

Per quanto le osservazioni che ebbe ad avanzare a sua discolpa erano fondate non scalfirono il giudice, anche perché quest’ultimo aveva fretta di tornare e Napoli e voleva chiudere velocemente quella faccenda. Non volle neppure ascoltare le decine di familiari e di amici che si erano offerti di testimoniare sulla correttezza e l’onestà dell’imputato. Si disse che quel giudice riteneva ogni contadino, abitante fuori dalle mura di Napoli, inaffidabile e bugiardo. Ed alla fine per quanto Domenico avesse avuto a proclamarsi innocente la condanna arrivò veloce e spietata.

Era rimasto in cella solo una notte. Al mattino seguente privato dei suoi abiti fu rivestito di una tunica fatta di tela di sacco: quella dei condannati a morte.
Arrivato alla strada maestra che portava in Giugliano il carretto passava tra due ali di folla.
Amici, parenti, familiari seguivano il carro a qualche decina di metri. Arrivati alla Annunziata la folla era composta da decine di persone, tutte legate a Domenico da rapporti di amicizia o di parentela.
Arrivati al trivio al centro di Panicocoli, dinanzi alla parrocchiale, fu disteso su di un tavolaccio e legato con una corda che gli bloccava le mani ed i piedi chiudendosi sul ventre con alcuni saldi nodi.
Il tavolaccio con sopra il condannato fu portato sul patibolo tra i sussurri delle preghiere che i suoi familiari ed i suoi amici recitavano per la sua anima.

Il prete si avvicinò consigliandogli di pentirsi del peccato commesso. Non aveva nulla di cui pentirsi, rispose, non aveva ucciso nessuno. Loro che permettevano il suo assassinio, disse ad alta voce, sarebbero stati puniti da Dio.
Poi il boia sferrò un colpo di ascia e la testa rotolò sul selciato tra le gambe di coloro che occupavano le prime fila degli spettatori. Il raccapriccio fece fare a questi un balzo all’indietro provocando una caduta di molte persone.
Tutti si rifiutarono di raccogliere quella testa i cui occhi continuavano a guardare fisso coloro che gli stavano innanzi. Una guardia si incaricò di recuperarla.

Ma la sentenza prevedeva altro: Domenico fu squartato in quattro parti che furono inchiodate su pali posti ai quattro cantoni del paese. Il raccapriccio era enorme, ma i poveri resti dovettero rimanere alla vista di uomini ed innocenti sino alla putrefazione.
La bestemmia pronunziata da Domenico corse di bocca in bocca.
Caso volle che non piovesse da giorni e la siccità cominciava a preoccupare la gente e le autorità.
Il livello di acqua nei pozzi e nelle cisterne aveva raggiunto i limiti di guardia già nei giorni immediatamente precedenti la decapitazione. Dopo mesi di siccità, nel marzo, il giorno 7, si decise di ricorrere alla Madonna della Pace. Liberata dai veli che di solito la nascondevano agli occhi dei fedeli fu portata in processione sino alla chiesa di santa Sophia. Una moltitudine di popolo seguiva il simulacro che lentamente tra preghiere e penitenze avanzava attorniato dalle decine di confratelli delle congregazioni Giuglianesi, alle quali si erano uniti quelli di cinque confraternite provenienti dai paesi vicini. Tutti erano scalzi, tutti gli uomini portavano pietre appese al collo, erano avvolti da funi che stringevano il corpo lacerando le carni, portando croci sulle spalle e corone di spine sulla testa.

La chiesa di santa Sophia non riusciva a contenere tutta quella massa di uomini, donne, bambini e verginelle che, piangendo, invocava l’intercessione della divinità affinché riprendesse a piovere. La folla riempiva la Piazza del Mercato e le scale della chiesa. Per ristorarla furono distribuiti catini di acqua che potessero porre sollievo alla fatica e allo sforzo che si stava compiendo. All’interno della chiesa la massa di uomini con le teste coronate di spine non permetteva di distinguere i corpi: pareva un immenso spineto. Durante la notte i predicatori andarono in giro per il paese chiamando le genti alla preghiera, fermandosi a recitare litanie al lume delle torce, esortando al pentimento.
Non accadeva nulla, la pioggia non cadeva.
Cominciò a circolare tra la gente, con maggiore insistenza, la notizia delle ultime parole di Domenico.
A molti, i più superstiziosi, nonostante i predicatori smentissero la cosa, pareva l’avverarsi di una profezia.
Le cose peggiorarono: alla mancanza di pioggia fece contrappeso il gelo ed il vento di tramontana.
Cominciarono le morti degli animali e dei cristiani, tanto che a Giugliano si registrarono fino a cinque funerali al giorno. Occorreva un intervento sacro di maggiore portata: si esposero sul sagrato di santa Sophia le statue di sant’Anna, di san Giuliano, di sant’Antonio e san Crescenzo, quelle di san Francesco e del beato Giulio, oltre che la Madonna della Pace. Cosi il 28 aprile cominciò a piovere. La pioggia fu accolta dal suono delle campane a festa e, verificato che non si trattasse di un falso allarme, il 6 di maggio le statue furono riportate al loro posto consueto nelle rispettive chiese.
Ma la profezia di Domenico pareva non essere finita!

Si era ripulito il pozzo della Chierica, ma l’acqua era poca e di pessima qualità. Si procedette al ripristino di quello di Panicocoli, che era totalmente insabbiato. Il lavoro doveva essere interrotto di continuo per le esalazioni che provenivano dal fondo sino al punto che Pietro Passariello, detto Buerio, di Giugliano vi rimase esamine. Le operazioni di recupero del suo corpo durarono a lungo per evitare altre vittime.
Quel pozzo era a pochi metri dal punto dove era rotolata la testa di Domenico.
Poi la siccità ebbe termine, come le sofferenze della gente e dei campi.
La vita tornò a scorrere normale e di Domenico rimase solo una pagine scritta nel diario di un notaio di Giugliano.

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