Dopo l’agguato dei killer della ndrangheta ai danni di Marcello Bruzzese, fratello di un pentito delle cosche calabresi, Biagio Girolamo Bruzzese, il campanello d’allarme è scattato puntuale. I collaboratori di giustizia sono realmente protetti dallo Stato? LE forze dell’ordine garantiscono un servizio di protezione efficiente a chi decide di vuotare il sacco e rivelare particolari preziosi per le indagini contro le mafie? La risposta, secondo un pentito “pesante” di Bagheria, è negativa. Di seguito, vi riportiamo le sue dichiarazioni, rilasciate ai colleghi di AdnKronos.
Diciamoci la verità, io sono un morto che cammina. Il fratello del collaboratore che è stato ammazzato a Pesaro è solo il primo. Temo un effetto domino. Oggi, domani, o tra un mese, potrei essere ucciso anche io. O un mio familiare. Perché non siamo protetti. E se continua così, tanto vale tornare in Sicilia, senza alcuna protezione. Non sono affatto sorpreso. Prima o poi sarebbe accaduto. Sotto protezione è solo un modo di dire perché nessuno di noi collaboratori di giustizia, con i suoi familiari, è realmente protetto. Io sono in una località segreta, è vero.
Ma senza alcuna scorta, o un’auto che passa davanti casa mia. Sulla villetta, in periferia, c’è scritto il mio nome e il mio cognome. Ma perché ha mantenuto la vera identità e non l’ha cambiata, come hanno fatto molti altri collaboratori prima di lui? Me lo hanno consigliato gli stessi funzionari del Servizio di protezione perché anche per avere i contributi lavorativi sarebbe stato un problema in futuro. O per l’iscrizione a scuola di mio figlio. Più che un servizio di protezione, sono un servizio di posta, perché portano la posta. Non siamo protetti. Portano solo le notifiche.

