Il caso di Alessandra Madonna a Le Iene: la ferita alla gamba, le amiche e i messaggi WhatsApp

Nella puntata di ieri de Le Iene è stato affrontato di nuovo il caso della morte di Alessandra Madonna. Recentemente la corte d’Appello ha condannato Giuseppe Varriale a 8 anni per omicidio preterintenzionale.
L’8 settembre 2017, Alessandra Madonna è morta dopo un misterioso incidente stradale. L’inviato de Le Iene Nina Palmieri ha provato a ricostruire i fatti di quella tragica notte. Mentre Alessandra si aggrappa al finestrino Giuseppe, il fidanzato accelera bruscamente trascinandola per alcuni metri: il corpo della ragazza sbatte con il fianco sinistro su una Peugeot parcheggiata, l’urto le spezza 8 costole, poi lei cade e ha un forte impatto con la testa sull’asfalto, che le procura un gravissimo trauma cranico. Alessandra muore poche ore dopo in ospedale.
Il fidanzato è stato condannato in primo grado a 4 anni e 8 mesi per omicidio stradale. Una sentenza che la madre non riesce ad accettare. Il processo però prosegue e proprio in questi giorni è arrivata la sentenza di appello: 8 anni per omicidio preterintenzionale. Questa sentenza dà ai genitori di Alessandra la speranza di ottenere giustizia. Ma soprattutto di arrivare finalmente a scoprire la verità di quella tragica notte. Il servizio parla anche di una ferita provocata sulla gamba di Alessandra che sarebbe compatibile con un investimento con l’auto da parte di Giuseppe.

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https://www.iene.mediaset.it/video/aggiornamenti-fidanzata-giovanni_525430.shtml?fbclid=IwAR1y96uwhxBuM72ni0x9VUVxvENfcBSm7w80tdKVH6rXe87lTmdfhGHzMjs

La condanna

Per i giudici, in sostanza, Varriale s’era reso perfettamente conto che Alessandra era aggrappata allo sportello del suo suv. Nelle trenta pagine che racchiudono le motivazioni della sentenza viene spiegato perchè dall’accusa di omicidio stradale del primo grado si è giunti invece a contestate l’omicidio preterintenzionale. Determinanti, per questo orientamento, sono state le dichiarazioni rese da Varriale e la compatibilità con quanto invece emerso dalle ricostruzioni formulate sulla base delle prove acquisite.

Varriale, ascoltato nell’immediatezza dei fatti, riferì che Alessandra si era aggrappata alla macchina, una dichiarazione, secondo l’avvocato difensore Nicola Pomponio, inutilizzabile perchè formulata come mera supposizione. Poi, secondo i giudici di secondo grado, la circostanza che conferma che Varriale era consapevole che Alessandra si fosse aggrappata, è riconducibile alle parole proferite quanto ai medici una volta giunto davanti al pronto soccorso dell’ospedale: le telecamere della videosorveglianza lo inquadrano mentre chiede aiuto dicendo «si è aggrappata».

Frase che gli investigatori hanno ricavato analizzando il labiale di Varriale. La Corte di Appello sottolinea anche che non era sua intenzione uccidere Alessandra. Però, viene evidenziato, Varriale, compiendo quell’accelerazione, «per sottrarsi alla mal sopportata invadenza della sua ex fidanzata», mentre lei era aggrappata, non poteva non prevedere che lei «potesse farsi male cadendo o sbattendo». La ricostruzione della dinamica dei fatti, infine, esclude, come invece sostenuto dalla famiglia attraverso dei periti di parte civile, che Varriale potesse avere investito Alessandra volontariamente, dopo avere ingranato la retromarcia.