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Armi dai Marino e da Varcaturo per l’inizio della faida di Scampia: il racconto del pentito

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Il duplice omicidio Montanino-Salierno è passato alla storia criminale l’agguato che ha dato inizio alla prima faida di Scampia. La goccia che fece definitivamente traboccare il vaso e che portò allo scontro tra Di Lauro e Scissionisti con centinaia di morti ammazzati tra Scampia, Secondigliano, Mugnano, Melito, Casavatore ed Arzano.

Luigi Secondo, un tempo affiliato al clan Amato-Pagano, ha raccontato i dettagli relativi alla fase preparatoria dell’agguato mortale al fidatissimo di Cosimo Di Lauro e di suo zio.

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Gli Spagnoli studiarono ogni particolare, con tanto di persona che aveva il compito di seguire Montanino, in quanto, come si legge nei verbale, erano conosciuti i percorsi che compiva la vittima.
Il collaboratore di giustizia ha rivelato che i Notturno potevano segnalare la presenza di Montanino, in quanto erano liberi di circolare senza destare sospetti nei Di Lauro, poiché ancora non era nota la circostanza che gli stessi si fossero girati, aderendo alla scissione.

Sempre Secondo ha spiegato che furono utilizzate tre pistole calibro 9, oltre ad una mitraglietta dello stesso calibro: le armi furono procurate da Gennaro Marino,
poiché custodite da suoi familiari. Mentre altre due armi le porterà lo stesso Secondo
da Varcaturo a bordo di una Fiat Palio insieme a Carmine Cerrato e Carmine Pagano.

“Gennaro Marino portò le quattro armi nei garage e furono nascoste in alcune
botole proprio da Angelo Marino, botole costruite specificamente nei box del garage, che si affacciano sul lato dove si trova il Bar California. I mezzi di locomozione, furono procurati da Omissis. Erano tre scooter del tipo Honda SH , due di colore grigio e uno di colore
bleu, nonché una Ford Escort di colore grigio metallizzato – si legge nell’ordinanza che portò agli arresti di mandanti ed esecutori materiali degli omicidi di Fulvio Montanino e Claudio Salierno – Tale incarico scaturiva dalla circostanza che Omissis era esperto nei cavalli di ritorno. Egli non portò gli scooter rubati nel garage, perché in caso di controllo da parte della polizia diventava rischioso per il gruppo che stava preparando l’omicidio. I motocicli furono collocati all’aperto, in luoghi vigilati dalle vedette del clan e di ciò erano al corrente quanti erano coinvolti nell’organizzazione del delitto”.

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