Sospesa la direttrice del carcere di Taranto, favoriva un detenuto mafioso
Sospesa la direttrice del carcere di Taranto, favoriva un detenuto mafioso

Michele Cicala, esponente di spicco della criminalità di Taranto e boss dell’omonimo clan, avrebbe goduto dei trattamenti di favore nel carcere di Taranto. Per questi motivi il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia contesta condotte irregolari alla direttrice dell’istituto di pena, Stefania Baldassari. Come riporta la il Tg Rai Puglia la donna è stata sospesa dall’incarico di direttrice del carcere di Taranto con un provvedimento del capo del Dap, Bernardo Petralia.

Lo scorso 12 aprile Cicala arrestato dalla Guardia di Finanza nell’ambito di una maxi operazione che coinvolgeva le mafie del Salernitano, del Leccese e del Tarantino. I reati contestati erano associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise e Iva negli oli minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio e autoriciclaggio. Nonché impiego di denaro di provenienza illecita.

L’ALLEANZA CON I CASALESI

Nell’operazione, che impegnò anche i carabinieri e le Dda di Lecce e Potenza, ci furono 26 indagati in carcere, 11 agli arresti domiciliari e altri 6 destinatari di un divieto di dimora. Nella vicenda specifica il clan Cicala era alleato a quello dei Diana-Casalesi in Campania. In particolare, Michele Cicala, già condannato con sentenza definitiva per estorsione aggravata dal metodo mafioso e per associazione a delinquere, aveva creato una nuova compagine mafiosa con legami con le componenti del clan tarantino Catapano-Leone.

IL RICICLAGGIO

Il gruppo reimpiegava risorse economiche in molte attività anche commerciali, attraverso una fitta rete di prestanome, ed era aggressivo dal punto di vista militare. Cicala – emerse dall’indagine sui carburanti – aveva puntato particolarmente sul settore della distribuzione degli idrocarburi. Business definito dagli inquirenti estremamente lucroso, accordandosi con il gruppo criminale Diana, attivo nel Vallo di Diano tra Basilicata e Campania, e sviluppando così l’attività di contrabbando.

 

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