Da Sivori a Lavezzi passando per Maradona, i fantasisti argentini del Napoli

Da sempre Napoli è vista come una delle città umanamente più calde del mondo. Il suo delirio, il suo disordine e la sua frenesia continua la rendono una delle realtà più dinamiche e al contempo più variopinte del pianeta, con varie similitudini con altre città del Mediterraneo o finanche del Sudamerica. Non risulta strano, dunque, che tra la capitale del Sud Italia e il continente latinoamericano esista un ponte di connessione culturale e sociale con la gente che vive la strada come principale attore della sua storia, dalle periferie di Napoli a quelle di Buenos Aires. Per quanto riguarda il calcio, componente culturale fondamentale degli ultimi due secoli della città, questo legame è ancora più viscerale, e viene impersonificato da una serie di giocatori che dall’Argentina sono arrivati all’ombra del Vesuvio per fare la storia della maglia azzurra. Tutto iniziò dagli anni ’60, quando la Società Sportiva Calcio Napoli iniziava ad alzare la testa per provare a sfidare le grandi realtà del Nord Italia, da sempre imperanti nel calcio italiano. Ora che la società presieduta da Aurelio De Laurentiis si è fatta un posto ai vertici del calcio italiano, urge realizzare un excursus nella storia del legame tra Argentina e Napoli, partendo dal primo calciatore che davvero fece sognare il San Paolo.

Sivori, Omar di Napoli

Pallone d’oro nel 1961, l’estroso mancino di Buenos Aires, per il quale la Juventus pagò una cifra record al River Plate, era uno dei giocatori più divertenti e forti dell’epoca. Abituato a giocare con i calzettoni abbassati e dal dribbling fulminante, il calciatore sudamericano ma con passaporto italiano fu capace di realizzare 135 reti in 215 presenze con la squadra torinese, prima di passare in azzurro nel 1965, suscitando così un terremoto di emozioni unico fino a quel momento allo stadio San Paolo, adesso finalmente ristrutturato al suo interno in occasione delle Universiadi. Dopo il suo arrivo, il Napoli iniziò davvero a volare: grazie ai suoi goal e a quelli del brasiliano José Altafini gli azzurri centrarono un terzo e un secondo posto che fecero davvero sentire ai tifosi l’odore di un trionfo a lungo atteso. Irascibile ma sanguigno, Sivori incarnò come pochi il personaggio a metà tra il gaucho argentino e lo scugnizzo napoletano, facendo da apripista per l’arrivo di colui che avrebbe cambiato per sempre la storia del club partenopeo, quel Diego Armando Maradona approdato a Fuorigrotta il 5 luglio 1984. Tra i due ci fu sempre un rapporto schietto e di ammirazione reciproca, oltre alla condivisione di quella maglia con il numero 10 bianco su sfondo azzurro che prima Sivori e poi Maradona onorarono al massimo.

Maradona, il più grande di sempre

“Buonasera napolitani”: così si presentò al San Paolo in un afoso pomeriggio di trentacinque anni fa Diego Armando Maradona. Quello che per tutti era il miglior giocatore dell’epoca aveva lasciato il prestigioso Barcellona per accettare la corte di un Napoli che viveva della passione dei suoi tifosi ma che non aveva mai vinto niente, a parte due Coppe Italia. Era il momento del cambio, il momento in cui il vento prese un’altra direzione, spinto dal leader delle masse che con un pallone al piede faceva sognare come nessun altro. Maradona, Diego per tutti, divenne il Che Guevara del pallone, con il suo Napoli che, dopo aver sfiorato la retrocessione, cominciò a percorrere la strada della gloria abbattendo i rivali del Nord Italia, da sempre detentori del potere. Anche se nella metà degli anni ’80 la Juventus non era così preponderante come adesso, come indica Betway con una quota di 1.50 il 24 giugno, a quell’epoca era ancora più difficile competere con realtà ricche come la stessa Juve, l’Inter e il Milan. Il Napoli di Maradona, invece, trascinato dal più grande giocatore di sempre, fu capace di conquistare due Scudetti dal 1987 al 1990, ma soprattutto creò una leggenda irripetibile vista la magnitudo del successo della squadra azzurra, prima solamente frustrata dalla mancanza di vittorie e di importanza nella mappa del pianeta calcistico mondiale. In tanti in Argentina si svegliavano prima la domenica mattina per poter vedere in diretta le partite degli azzurri capitanati da Diego.

Lavezzi, l’ultimo capopopolo

Ventidue anni dopo la presentazione di Maradona, un altro argentino dal look trasandato veniva presentato dalla società azzurra. Stiamo parlando di Ezequiel Lavezzi, arrivato al Napoli in sovrappeso e con una serie di preoccupazioni da parte dei tifosi, che non si aspettavano alcun exploit. Invece, dopo poche settimane, il Pocho, come veniva chiamato in patria, iniziò a far vedere di che pasta fosse fatto, prima con una tripletta in Coppa Italia al Pisa e poi con una splendida performance contro l’Udinese in campionato. Veloce, combattivo e furbo, Lavezzi conquistò il San Paolo con la sua sperieratezza e le sue partenze palla al piede, e la vittoria della Coppa Italia sulla Juventus nel 2012 fu il miglior commiato possibile dai tifosi azzurri. Benedetto dallo stesso Maradona, l’ex del San Lorenzo fu, insieme a Marek Hamsik, il principale detonatore della rinascita di un Napoli ancora pieno di mito ma con troppi anni tra la Serie C e la Serie B. La sua voglia di ridere e la sua determinazione in campo lo resero davvero un napoletano come gli altri, o forse anche più di tanti autoctoni.

In sostanza, il vincolo intrinseco tra l’Argentina e Napoli, soprattutto dal punto di vista calcistico, è una costante storica che ha caratterizzato come poche altre la storia del club azzurro.