Ieri Giorgia Meloni ha difeso l’operato di Carlo Nordio: “Mi fido di lui”, e “ad oggi escludo l’ipotesi di dimissioni del ministro”. Ed è accompagnata dal faro acceso sul resto dell’iter di grazia a Nicole Minetti, a cominciare da quello gestito dalla procura generale di Milano. “Sicuramente, se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto, però questo non è un lavoro che fa il Ministero della giustizia”.
La Presidente del Consiglio però evita in ogni modo di esprimersi su come dovrà gestire ora il caso Sergio Mattarella: “Se vuole – risponde a un giornalista- beviamo un bicchiere di vino e le dico cosa penso ma non è il mio ruolo dire cosa il presidente della Repubblica dovrebbe fare rispetto alla concessione di una grazia, mi mette in difficoltà”.
“Se si dimette Nordio è probabile che cada il governo”, la previsione del deputato del Pd Arturo Scotto. Mentre per Matteo Renzi “quella che si deve dimettere ha un nome e un cognome: Giorgia Meloni”.
Meloni sul caso di Nicole Minetti
La premier si è presentata in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri ieri pomeriggio, e il caso Minetti finisce per prendersi la scena, più del decreto lavoro o degli scenari dei conti pubblici. Dopo una prima giornata di silenzio imbarazzato, Palazzo Chigi alza gli scudi a difesa del Ministro della Giustizia, mentre le opposizioni accusano il governo di fare “scaricabarile”, al Senato chiedono una sua informativa e insistono a più voci per un passo indietro del guardasigilli.
La linea è definita prima del Cdm, anche a cavallo dell’incontro in tarda mattinata tra Nordio e Alfredo Mantovano. È lo stesso sottosegretario poi in conferenza stampa a scagionarlo: dopo gli accertamenti demandati dalla procura generale di Milano alla Polizia giudiziaria, “ciò che è nel fascicolo credo che lasciasse pochi margini alla valutazione del ministro nel momento in cui c’erano solo questi documenti a disposizione”. In particolare cita il passaggio secondo cui i dati “sono indicativi di una radicale presa di distanza dal passato deviante”, con poi “il riferimento al figlio”.

