Dopo la promozione dalla Serie C alla Serie B nella stagione 2005/2006, il Napoli fu chiamato a rinforzare la rosa per provare a compiere quel salto di qualità che potesse riportarlo nella massima serie. Tra gli acquisti importanti del mercato estivo arrivò Samuele Dalla Bona. Sbocciato a Londra con il Chelsea, poi il passaggio al Milan, dove però non riuscì a trovare spazio. Seguì una girandola di prestiti che lo portò, infine, alla cessione a titolo definitivo agli azzurri.
Oggi Sam ripercorre la sua avventura a Napoli attraverso i momenti chiave della sua permanenza in maglia azzurra.
L’esordio al San Paolo e il primo gol in campionato
Inevitabile partire da quel 9 settembre 2006, Napoli-Treviso, giorno del suo esordio in campionato e del primo gol al San Paolo. Che ricordi hai?
«Ero arrivato da pochissimo e l’impatto della prima di campionato al San Paolo fu incredibile: c’erano 55 mila tifosi. Tra me e me pensavo: “È proprio come mi dicevano”. Ricordo perfettamente quella partita, facemmo una bella gara. Nel primo tempo doppietta di Bucchi e gol di Grava. Nella ripresa, sul 3-0, il Treviso segnò due gol uno dietro l’altro. In campo ci dicemmo: “Che brutto buttare un esordio del genere”. Poi mi è capitata quella palla famosa e, quando me la son vista arrivare, con tutta la rabbia per quei due gol subiti, feci partire un tiro talmente forte che ricordo di aver visto solo il pallone girare nella rete e poi ho sentito quel boato… impressionante. Da quel giorno sono passati quasi vent’anni e la gente ancora me lo ricorda. Aveva ragione Paolo Cannavaro quando mi disse: “I tifosi questo gol te lo ricorderanno per tutta la vita”».
26 Maggio 2007. Il viaggio nei ricordi prosegue con l’incandescente sfida del Bentegodi, una piazza che da doppio ex conosce benissimo. Da assoluto protagonista, regalò agli azzurri, a tre giornate dal termine, una fetta di Serie A
«Sapevamo tutti quanto fosse importante: vincendo su un campo difficile come Verona avremmo fatto un passo enorme verso la Serie A. Loro, invece, si giocavano la salvezza. Giocammo bene, feci due assist: il primo a Domizzi su calcio d’angolo, il secondo a Calaiò. Loro accorciarono le distanze e poi segnai il gol che chiuse la gara. Da lì capii che saremmo tornati in Serie A. Ancora oggi sono felicissimo di aver contribuito in quella partita, fu qualcosa di molto speciale».
L’attenzione si sposta sull’ultima giornata, la sfida contro il Genoa al Marassi, che sancì la promozione, e sui festeggiamenti al rientro in città. Che emozioni hai provato?
«Entrai al 18’ della ripresa. Seguivamo il risultato di Triestina-Piacenza e non aspettavamo altro che il fischio finale. Quando l’arbitro fischiò fu una festa incredibile in mezzo al campo: alcuni calciatori erano praticamente senza maglia, con i tifosi che si aggrappavano ovunque, poi i festeggiamenti nello spogliatoio. Al rientro a Napoli ci fu il giro sul bus scoperto: dall’aeroporto dovevamo arrivare a Marechiaro e non so quante ore ci abbiamo messo, era tutto bloccato. Tutta Napoli era in strada. Ricordo che io e Domizzi ci guardammo ed esclamammo: “Sono tutti fuori!”. Mai vista una cosa del genere. Fu una festa incredibile».
Qual è stato rapporto con i tifosi del Napoli?
«Il tifoso del Napoli non è come tutti gli altri: è un tifoso buono. A differenza di altre piazze capisce la persona, è più attento al lato umano dei calciatori».
Però il ritorno in A col Napoli non è stato come speravi, comè stato il apporto con Reja e Marino?
«Durante il ritiro estivo ero diventato il primo cambio a centrocampo. A me andava bene, perché a Napoli stavo bene: avevo un bel rapporto con i compagni, lo staff e i tifosi. L’ultimo giorno di mercato arrivò una chiamata dal Birmingham: erano le 18 e il mercato avrebbe chiuso dopo un’ora. Marino mi chiamò per dirmi di andare in Inghilterra, ma rifiutai per restare a Napoli. Da lì iniziò il mio non giocare. Fui schierato in due partite di Coppa Italia, giocai bene e segnai anche un gol. Nel 2009 fui ceduto in prestito. Andai via da Napoli con un groppo in gola, senza mai capire cosa fosse successo realmente. Il rapporto con mister Reja era buono, forse qualche scaramuccia, cose superabili, nulla di serio».
Quel gruppo è stato uno dei più affiatati, di chi hai un bel ricordo?
«Eravamo un bel gruppo. Con molti ci sentiamo ancora oggi, come Bucchi, Savini e Domizzi. Tra quelli che conosco da più tempo c’è Paolo Cannavaro, con cui ho condiviso la maglia dell’Italia Under 15: un ragazzo fantastico, generoso, sempre pronto ad aiutare i compagni. Poi c’erano Grava, simpaticissimo, e Montervino, un professionista incredibile».
Guardiamo all’attualità. Il Napoli di Conte le piace?
«Da quando Conte è al Napoli non mi perdo una partita. È un allenatore che vive di calcio e sa cosa vuole: non si accontenta di un secondo posto, vuole vincere. Il suo impatto con Napoli è stato devastante. All’inizio ha parlato poco, ha studiato l’ambiente, poi si è calato nel ruolo alla perfezione. Le pretendenti al titolo sono agguerrite, ma sono fiducioso per il quinto scudetto. Conte trova forza nelle difficoltà e lo si è visto dopo la brutta sconfitta di Bologna e soprattutto nel modo in cui ha saputo far fronte al problema degli infortuni».


