La nuova emblematica mostra di Pippo Panariello, la Vanità dal glitter rosso

E’ il titolo di questa emblematica mostra. Perché emblematica?  Perché sintetizza in modo efficace il significato che io do alla vanità, tradotto in termini visivi con il colore rosso, come si evince dalle opere in questa mostra. 13 opere su lamiera arrugginita con il solo colore glitter rosso.

Vanità di vanità La frase deriva dalla Bibbia.  Qual è il significato di questa espressione? E in quale libro della Bibbia se ne parla?

Vanità di vanità – o anche vanità delle vanità, spesso citato in latino vanitas vanitatum – è una forma di superlativo proprio della lingua ebraica. In ebraico vanità si dice hebel e sta a indicare il nulla, il vuoto, il soffio; il superlativo, pertanto, potrebbe essere tradotto con “assoluta vanità” o anche “perfetto nulla”.

L’espressione vanità delle vanità viene spesso citata “per affermare la vanità dei beni terreni e l’insipienza di coloro che s’affannano a conseguirli”.

L’espressione Vanità di vanità la troviamo nel libro di Qoèlet, che è considerato uno dei libri più nichilisti di tutto l’Antico Testamento (ma è solo un punto di vista, altri lo valutano in maniera diversa). Il libro di Qoèlet è datato dalla critica recente intorno al 250 a.C.

Il testo è stato scritto da un pio giudeo che riferisce le parole di un saggio. Qoèlet vuol dire uomo che ha da dire una parola forte; predicatore, oratore sapiente. Il discorso di Qoèlet è di volta in volta solenne, travolgente, intimo, confidenziale, vivace, calmo, propenso a sintetizzare il pensiero in un proverbio, in un detto.

 

Prologo

Vanità delle vanità, dice Qoèlet.

Vanità delle vanità:  tutto è vanità.

Quale guadagno viene all’uomo

per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?

 

Una generazione se ne va e un’altra arriva,

ma la terra resta sempre la stessa.

 

 

Il sole sorge, il sole tramonta

e si affretta a tornare là dove rinasce.

 

Il vento va verso sud e piega verso nord.

Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.

 

Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.

Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.

Non si sazia l’occhio di guardare
né l’orecchio è mai sazio di udire.

Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.

C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
“Ecco, questa è una novità”?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.

 

Il termine vanità (lett. “vapore”) indica la sterilità, il vuoto, la fugacità che l’uomo avverte, quando si focalizza nelle cose della terra e in queste cerca quella felicità verso cui il cuore lo sospinge.

 

L’uomo si domanda spesso che cosa sia la felicità, in che cosa consista, e risponde che consiste nel conseguire ciò che si desidera. Certamente è così, ma se il desiderio è per le cose della terra viste in una assolutizzazione, esse, una volta conseguite, danno la felicità? Qoèlet dice con forza di no. Le cose danno un’ebbrezza momentanea, e l’ebbrezza “consuma” la stessa ebbrezza. L’uomo non può saziarsi di cose finite; non può raggiungere un infinito riempiendo le sue giornate di sensazioni finite.

 

La fortuna dell’espressione

Quella usata da Qoèlet è un’immagine molto forte e non meraviglia che nel corso dei secoli sia stata utilizzata in diverso modo da vari autori.

L’imitazione di Cristo, uno dei testi che hanno plasmato la spiritualità cristiana dal Medioevo fino a metà del secolo scorso, aggiunge una frase al testo biblico per spiegare il senso dell’espressione: «Vanità di vanità, tutto è vanità fuorché amare Dio e servire Lui solo».

Qualcuno legge un riferimento al passo di Qoèlet nel verso 12 del sonetto Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono con cui Francesco Petrarca apre il suo Canzoniere: «et del mio vaneggiare vergogna è ‘l frutto».

Il tema della vanità è presente nel canto 34 dell’Orlando Furioso, quando Astolfo va sulla Luna per recuperare il senno di Orlando: tra le varie cose perse che ci sono sulla Luna figura anche i vani desideri degli uomini.

Giacomo Leopardi, nell’ultimo verso della poesia A se stesso, traduce in maniera splendida il superlativo biblico:

…Ormai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l’infinita vanità del tutto