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La zuppa di cozze “senza cozze”, il diversivo dei napoletani per salvare il Giovedì Santo

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Il Giovedì Santo a Napoli è sempre stato famoso per la zuppa di cozze. Pescherie e ristoranti che vanno in fermento, così come le case per chi preferisce, magari, gustarla in casa in compagnia dei propri familiari.

Zuppa di cozze che da sempre si è contraddistinta come uno dei piatti tipici della tradizione napoletana, ma che quest’anno è stata quasi messa al bando a causa dei focolai di epatite A persistenti tra Napoli e provincia. Tra i casi di epatite A registrati in queste settimane, la contaminazione di molluschi riscontrata in alcuni allevamenti della area flegrea e i divieti di somministrazione e consumo di frutti di mare crudi, la tradizione si deve confrontare con la paura dei consumatori.

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La zuppa di cozze al tempo dell’epatite A: Napoli divisa dal dubbio “amletico”

La ricetta della zuppe di cozze napoletana è antica ed è sopravvissuta ad altre crisi sanitarie che, nella storia della città, hanno fatto del mitile nero il colpevole e il capro espiatorio perfetto. La paura, più dei dati e della reale dimensione del fenomeno epidemiologico, è già dilagata e il miracolo della zuppa di cozze potrebbe interrompersi. Confesercenti ha stimato perdite del 60% per le pescherie e del 30% per i ristoranti.

Le piattaforme digitali, dove i pescivendoli napoletani sono influencer da milioni di follower, si sono riempite di video di pescherie senza clienti e di banchi pieni di prodotto invenduto. Il danno economico c’è già e pesa su una filiera della miticoltura che in Campania registra un fatturato di oltre 10 milioni annui per una produzione di circa 5.000 quintali.

La zuppa di cozze dovrebbe però essere salva. Asl e igienisti sono chiari: «per proteggersi bisogna evitare il consumo di molluschi crudi. La cottura deve proseguire fino a quando il prodotto risulta ben cotto in modo uniforme».

La scienza ci dice che se cotte a fondo le cozze sono sicure. Dunque, per questo giovedì santo, una zuppa un po’ più bollita potrebbe battere la paura, confermare il miracolo e salvare la tradizione.

Il diversivo dei napoletani per salvaguardare il Giovedì Santo: la zuppa di cozze “senza cozze”

Ma si sa, i napoletani sono noti, tra le tante cose, per la fantasia e per i sotterfugi tramite i quali si sono sempre rivelati capaci di sfuggire e sopravvivere ad ogni difficoltà. Tant’è che, per i più “ipocondriaci”, molte ristopescherie hanno ideato e lanciato la zuppa di cozze “senza cozze”. Si tratta, letteralmente, di una zuppa spogliata del suo componente cardine, ovvero il mitile nero additato come “diffusore” del morbo dell’epatite A, sostituendolo con altri frutti di mare e molluschi considerati più sicuri.

La ricetta, escluse ovviamente le cozze, è su per giù la stessa: base di fresella o, per chi li preferisce, crostini, dopodiché polipo e molluschi vari, come moscardini, calamari, crostacei come gamberi e scampi. A seguire, parlando a questo punto più di una pesce anziché di cozze, solitamente si aggiunge il baccalà: non possono mancare, ovviamente, i pomodori per chi la zuppa la preferisce “rossa” e, sempre a gradimento, olio piccante.

Un diversivo, un’alternativa per andare incontro a coloro che temono di più il contagio e per restare il più vicini possibile alla tradizione napoletana.

 

 

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Nicola Avolio
Nicola Avolio
Giornalista pubblicista, mi sono avvicinato per la prima volta alla professione iniziando a collaborare con la testata "La Bussola TV", dal 2019 al 2021. Iscritto all'albo dei pubblicisti da giugno 2022, ho in seguito iniziato la mia collaborazione presso la testata "InterNapoli.it", e per la quale scrivo tuttora. Scrivo anche per il quotidiano locale "AbbiAbbè" e mi occupo prevalentemente di cronaca, cronaca locale e sport.
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