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martedì, Maggio 17, 2022
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Marano. Il boss Simioli rimproverò Cristoforo ‘o capellon:«Non era degno di sedersi al tavolo dei Polverino»


La mafia di Marano. Così la chiamano perchè di camorra ha ben poco. Una serie di codici di comportamento, di modi di essere, di codici che la rendono simile alle cosche siciliane più che alle consorterie della provincia di Napoli. A confermarlo anche le parole di Teodoro Giannuzzi, il collaboratore di giustizia che ha svelato l’organigramma della camorra maranese e il passaggio dal ‘regno’ di Peppe ‘o baron (Giuseppe Polverino) a quello del gruppo Orlando fino alla formazione del gruppo ‘misto’. Di quel gruppo faceva parte anche Cristoforo Candela ‘o capellone, l’uomo che minacciò il suocero di Giannuzzi dopo la scelta di quest’ultimo di collaborare con gli inquirenti. Dai verbali di Giannuzzi emerge oltre al ruolo apicale di Candela anche i malumori suscitati da quest’ultimo in Giuseppe Simioli uno dei ‘pezzi da novanta’ del clan Polverino.

«Candela gestiva le piazze a Quarto insieme a tale Giggino ‘o chiattone ma so che aveva aperto altre piazze per conto suo a Quarto motivo per cui Simioli li redarguì dicendo che non erano degni di sedersi a quella tavola. A quella rimostranza nè Giggino nè Candela proferirono parola. Dopo quell’episodio Candela fu ricollocato a Marano per l’estorsione poi quando ci fu la riunione a casa di Lello Carputo ed il subentro degli Orlando fu deciso che a Quarto dovevamo esserci io, Giggino il chiattone, Nicola Raimondo, Gennaro Sarappo e Lello Carputo, quets’ultimi due per conto degli Orlando e noi altri per i Polverino. Dopo l’arresto di Raimondo Candela fu rimesso a Quarto per conto dei Polverino».

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