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Sequestrato dal clan, arrivano le condanne per il gruppo Rullo

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Poteva essere una stangata rispetto alle richieste di condanna. Il boss Nicola Rullo e i suoi sodali se la sono invece cavata con condanne decisamente inferiori alle richieste del pubblico ministero. Il processo è quello relativo al sequestro di persona e di una violenza da macelleria messicana nei confronti di un imprenditore e suo figlio per il ‘recupero’ di un debito. Il gip Girardi ha derubricato il reato contestato da sequestro a scopo estorsivo a sequestro semplice e per’o nfamone, rispetto alla richiesta di 20 anni, è arrivata una condanna a 10 anni sei mesi: Rullo era difeso dall’avvocato Domenico Dello Iacono.

Assolto Gabriele Esposito

Assolto invece Gabriele Esposito al centro di numerose intercettazioni e, secondo la Procura, di un tentativo dello stesso Rullo finalizzato a scagionarlo. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 20 anni di reclusione e con un colpo di scena clamoroso la scorsa settimana aveva depositato una serie di intercettazioni dalle quali sarebbe emersa una concertazione imposta dal Rullo per scagionare Esposito ai danni di un coimputato. Viceversa, la difesa di Esposito, rappresentata dagli avvocati Roberto Saccomanno e Annalisa Senese, ha dimostrato stamattina che le conversazioni ambientali – ascoltate nella loro integrità e non solo nella parte riassuntiva – dimostrano che l’accordo era per dire la verità, ovvero l’innocenza dell’Esposito. Ricostruzione che il gip ha evidentemente condiviso.

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La condanna per Giuseppe Moffa

L’altro oggetto del contendere, Giuseppe Moffa, ha incassato una condanna decisamente al ribasso, 10 anni e sei mesi, rispetto alla richiesta di 20 anni. Moffa era difeso dagli avvocati Leopoldo Perone e Claudio Davino, riusciti a ridimensionare la situazione processuale del loro assistito.
Tra gli altri risultati spiccano le assoluzioni di Maria Rullo e Assunta Iuliani mentre tra le condanne 8 anni e otto mesi per Ciro Carrino (ma ne rischiava 15), 8 anni e otto mesi Carlo Di Maio (richiesta di 20 anni), 8 anni e otto mesi Giovanni Giuliani (chiesti 15), 10 anni e sei mesi Salvatore Pisco (per lui erano stati chiesti 20 anni) e 10 anni Armando Reginella rispetto alla richiesta iniziale di 15 anni.

Una violenza da macelleria messicana

La brutalità che entra in scena in un anonimo appartamento della Doganella. Li è stato condotto il figlio di un imprenditore. Attimi drammatici, scene da film, litri e litri di sangue ad inondare il pavimento subito pulito dagli uomini del clan. Al centro dell’inchiesta culminata per il nuovo rinvio a giudizio per ‘o nfamone il sequestro del figlio di un armatore di Posillipo che sarebbe stato condotto in un appartamento in zona Doganella e li sequestrato e picchiato per spingere il padre a versare al clan Contini una quota pari ad un debito di circa 365mila euro.

Le indagini della DDA

Le indagini, dirette dalla squadra mobile e dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno condotto lo scorso ottobre all’emissione di un decreto di fermo a carico di sette persone. Gli inquirenti sostengono che Rullo fosse il mandante del sequestro, il quale è stato orchestrato con la modalità tipica dei gruppi camorristici.

La denuncia del padre della vittima

Anche il padre del rapito fu ‘trattenuto’ dagli uomini del clan per un’ora e, una volta giunto al cospetto di Rullo, sarebbe stato colpito da quest’ultimo con una martellata in petto e minacciato: ”Se non mi porti i miei soldi io vi uccido”. Peggio è andato al figlio letteralmente massacrato per ore, colpito con una mazza da baseball e addirittura con un sanpietrino alla testa mentre i complici di Rullo pulivano le tracce di sangue. Solo in serata il malcapitato è stato dapprima portato a Castel Volturno poi medicato alla buona e scaricato all’esterno dell’ospedale Fatebenefratelli.

Il padre della vittima in sede di denuncia ha spiegato che mentre Rullo picchiava il figlio gli ha sferrato una martellata al petto minacciandolo di morte e obbligandolo a registrare un messaggio vocale in cui l’imprenditore chiariva che aveva effettivamente contratto un debito e che gli uomini del clan non gli dovevano niente. Una volta uscito dall’abitazione l’uomo però non ha ceduto ed è andato dritto in Questura a denunciare gli aguzzini.

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