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giovedì, Gennaio 27, 2022
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La strage di Castel Volturno, dieci anni dopo: niente integrazione, niente sviluppo


«L’importante era colpire i neri. Bastava il colore della pelle per diventare vittima della ferocia stragista». Le ricordate queste parole? Furono pronunciate dalla Corte d’Assise del Tribunale di Napoli nel dibattimento sulla strage di Castel Volturno, compiuta dall’ala stragista del clan dei Casalesi. La mente era quella di Michele Setola, in preda a raptus di furia incontrollabile ed imprevedibile. Sono in molti a descrivere Setola – in quel periodo – come un omicida pieno di cocaina. Una macchina da guerra, assolutamente avulso al buonsenso. Il suo squadrone della morte era completato da Giovanni Letizia, Davide Granato, Alessandro Cirillo e Oreste Spagnuolo. Criminali senza scrupoli con la convinzione di poter avere tutto, in cambio di niente. Altrimenti, ci avrebbero pensato le loro armi.

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L’arresto del boss stragista Michele Zagaria – archivio InterNapoli

I Casalesi usarono armi da guerra contro persone che chiacchieravano all’esterno di un bar

Armi da guerra, sia chiaro. Le stesse che usarono quella sera, tra il 18 e il 19 settembre del 2008. A qualcuno balenò per la testa di portare il loro ordine del terrore a Castel Volturno, sul Litorale Domitio. Non importava assolutamente chi fossero gli obiettivi e cosa facessero nella vita. L’obiettivo doveva avere la pelle nera. Punto. E così fu. Imbottiti di cocaina e armati di mitra, pistole e molto altro, puntarono un locale frequentato dalla comunità africana. Lì, alla sera, giovani e meno giovani, uomini e donne, si incontravano – ancora oggi è così – per stare assieme, per sentirsi meno lontani da casa. Il commando sparo 130 proiettili circa. Fecero sei morti e diversi feriti, uno gravemente. Per quella assurda e violentissima strage, Setola e i suoi sono stati condannati all’oblio dietro le sbarre.

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©AP / lapresse
18-09-2008 Castel Volturno, Italia – Strage di Castel Volturno, uccisi sei immigrati con 130 colpi di arma da fuoco – Nella foto uno dei sei ammazzati

La strage non ha prodotto soluzioni alle problematiche legate all’integrazione

I riflettori dei media locali e nazionali, in quei giorni, in quei giorni si accesero su due tematiche: la violenza e la potenza del clan dei Casalesi e la comunità afro che vive sul Litorale Domitio. Se la prima tematica è stata grossomodo rasa al suolo negli anni che avrebbero succeduto quel maledetto 2008 (tutti i boss sono stati arrestati, così come buona parte dei sottotenenti e dei soldati), il problema cardine che caratterizza la comunità afro resiste ancora oggi. Sono passati dieci anni da quella sera e di integrazione non se ne parla nemmeno. Se non nelle conferenze e nei centri sociali. Nulla di realmente operativo a livello istituzionale, però. La politica non solo non ne vuole sapere di lavorare ad uno sviluppo dell’integrazione culturale per generare uno sviluppo sociale, ma manifesta acclarato disinteresse sul tema. A più livelli – Comuni, Capoluogo e Regione – l’integrazione resta un sogno. Lontanissimo.

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