Ha sempre camminato un passo dietro al marito, ha
sempre mantenuto un profilo basso
al punto che gli investigatori la ritenevano un personaggio marginale
all’interno dell’organizzazione.
Invece Filomena Schiano, moglie
del boss detenuto Giuseppe Polverino, non si limitava a essere la
consorte del ‘re dell’hashish’ ma ne
condivideva i propositi criminali e,
soprattutto, ne curava gli interessi.
Era lei, infatti, ad occuparsi di
amministrare il patrimonio immobiliare che il padrino aveva costruito tra Marano e i Camaldoli. Decine di appartamenti, intestati a prestanome, da cui ‘Zia Titina’, questo
il soprannome della Schiano, incassava mensilmente il pigione su
incarico del marito e a cui rendeva
conto durante gli annuali soggiorni
in Spagna. Non solo. La donna era
anche titolare di un’azienda vinicola situata nella zona dei Campi Flegrei. A raccontarlo sono i collaboratori di giustizia. “Con l’uva di
questo vigneto – ha spiegato Domenico Verde – fa anche un vino doc,
di cui mi riservo di riferire il nome.
Di ciò sono sicuro in quanto talvolta Giuseppe Simioli oppure Salvatore detto ‘Pataniello’ mi portavano intere casse di questo vino in
omaggio”. Un’attività, però, che
non doveva andare molto bene dato
che, ricorda sempre Verde, “in più
di un’occasione, mentre mi trovavo
in Spagna, Polverino Giuseppe
ebbe a riferirmi che la ditta della
moglie era spesso in perdita e che
per tale ragione egli era costretto a
ripianarne i debiti immettendo continuamente somme di danaro proveniente dalla cassa del clan Polverino nella società predetta”. Un
racconto che ricalca quanto dichiarato anche da un altro collaboratore
di giustizia, Biagio Di Lanno.
L’uomo, ai magistrati antimafia, ha
riferito che ogni anno, in occasione
delle festività natalizie, si recava
nell’azienda vinicola della Schiano
per prelevare un centinaio di casse
di vino da regalare agli affiliati.
Un’attività, quella gestita da Zi
Titina che, secondo gli investigatori, non serviva solo a produrre il
vino per il clan ma anche a procuragli un illecito profitto. Dalle indagini, infatti, sarebbero emersi alcuni episodi estorsivi commessi dalla
stessa Schiano ai danni di alcuni
ristoratori di Marano. Si tratta di
fatti accaduti nel 2008 quando la
donna presentandosi come la
moglie di Giuseppe Polverino
impose l’acquisto di ingenti quantità del vino da lei prodotto. Episodi che hanno portato al suo arresto, eseguito nell’ambito della maxi
operazione che ha disarticolato l’organizzazione. Con lei, in manette è
finita anche la figlia Palma, primogenita del boss Giuseppe Polverino, accusata, come la madre, di
avere un ruolo all’interno del sodalizio. Chi invece è riuscito a sottrarsi all’arresto è l’altro figlio del
boss, Vincenzo. Anche lui, al pari
della sorella, avrebbe, inizialmente,
mantenuto un profilo basso all’interno dell’organizzazione occupandosi, prevalentemente, della gestione del patrimonio familiare. Dopo
l’arresto del padre, però, avrebbe
assunto un ruolo più ‘operativo’
occupandosi, secondo gli inquirenti, di mantenere i rapporti tra il boss
detenuto e gli affiliati di spicco
ancora in libertà. A lui, inoltre,
sarebbe stato affidato il compito di
provvedere al mantenimento dei
detenuti. (Luigi Sabino – CdN)
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