Uno alla volta si stanno consegnando alla giustizia i quattro esponenti del clan Formicola di San Giovanni a Teduccio condannati in Cassazione nei giorni scorsi per il tentato omicidio di Alfonso D’Amico, avvenuto nel 2013. Dopo Gaetano Formicola “’o’ chiatto”, il 21enne figlio del capoclan Antonio, consegnatosi in carcere a Spoleto tre giorni fa, è toccato a Salvatore Silenzio presentarsi ai poliziotti della Squadra Mobile. Ora all’appello mancano ancora Leandro Silenzio, fratello di Salvatore, e Lorenzo Pianese, cugino di Formicola.N A raccontarlo è Il Roma sulle pagine di cronache di quest’oggi
Gli investigatori li stanno braccando cercandoli soprattutto nel rione bunker del “Bronx” di via Taverna del Ferro, quartier generale della cosca. Formicola jr deve scontare 6 anni di carcere mentre gli altri tre sette anni di carcere a testa ma considerando la carcerazione preventiva, ai quattro resta un residuo di pena. La sentenza per il tentato omicidio di Alfonso D’Amico, esponente del gruppo dei“Gennarella” di via Nuova Villa alleato con i Mazzarella, è diventata definitiva dopo che la Cassazione ha confermato le condanne e sono scattati i provvedimenti restrittivi. La sparatoria avvenne il 21 marzo 2013. In via Nuova Villa erano presenti, in strada, il 47enne Alfonso D’Amico e alcune donne, tra cui la zia, che poi fu decisiva nelle indagini della polizia per identificare i sicari. Il commando arrivò in sella a due moto Transalp e sparò a raffica contro D’Amico, il quale però, rimase illeso.
La spedizione punitiva dei Formicola scattò perchè poco prima il nipote di Alfonso D’Amico aveva litigato, mentre era con un amico, in corso San Giovanni, con due persone che li avevano anche picchiati. Le indagini del commissariato San Giovanni Barra, guidato dal vicequestore Pietro De Rosa, e della Squadra Mobile. Il blitz per la cattura dei quattro mancati killer scattò la mattina del 20 giugno del 2013. In manette finì il rampollo dei Formicola e i tre suoi guardaspalle, incastrati anche dalle prove raccolte dagli esperti della Scientifica.Poi, nel 2014, cominciò il processo davanti ai giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Napoli. E così iniziarono le minacce ad Alfonso D’Amico e anche nei confronti dei suoi familiari più stretti.
I“messaggi” erano stati recapitato da “ronde armate di uomini legati al clan Formicola” che si facevano vedere in via Nuova Villa armati fino ai denti. «Sapete dove andare se mi succede qualcosa» disse poi D’Amico ai giudici nel corso di un’udienza del processo. Alfonso, incensurato ed estraneo alle vicende del clan, finì nel mirino proprio perché bersaglio facile ma lui non cedette a propositi di vendetta della famiglia e raccontò tutto agli inquirenti che poi hanno incastrato i suoi mancati assassini che ora dovranno scontare in carcere la condanna confermata dalla Cassazione nei giorni scorsi.

