VILLARICCA. Dpef e Unipol-BNL sono stati i temi economici dominanti della settimana trascorsa mentre quella che si apre adesso è contrassegnata dalla riunione dell’Ecofin.
Per il Dpef siamo fermi alla bozza presentata da Siniscalco di cui tanto si è parlato in settimana. L’impressione è che il Dpef non piace a nessuno tanto da essere stato fortemente criticato dalla stessa maggioranza anche se, in verità, Siniscalco ha pochi margini di manovra con un deficit 2005 al 4,3% e un debito pubblico al 108,2% del Pil. Gli industriali premono sempre di più per il taglio dell’Irap che Berlusconi ha già promesso e rinviato mentre nella stessa maggioranza e, soprattutto, nell’Udc aumentano i contrari per i timori che possano essere tegliate importanti spese o essere aumentate tasse indesiderate come l’Iva. Sarà difficile chiudere bene il Dpef con il clima elettorale già forte. L’indicazione di base sembra essere la lotta all’evasione fiscale e al sommerso, ma come si può pensare a questo dopo la grande stagione dei condoni?
Sul fronte BNL è proseguita in settimana la battaglia tra Opa e contro Opa rispettivamente di Bbva (Bilbao) e Unipol mentre il Monte Paschi ha abbandonato il campo. La fibrillazione è stata avvertita in maniera forte anche nel mondo politico con i Ds schierati apertamente a favore di Unipol, in cui è pesante il ruolo del mondo cooperativistico, e la Margherita contraria a sottolineare l’incongruenza tra i 2,5 milairdi di capitalizzazione di Unipol e gli 8 miliardi di BNL con Bertinotti schieratosi apertamente a favore del Bilbao.
Sul fronte congiunturale occorre registrare la decisione della BCE, presa in concomitanza agli attacchi terroristici di Londra del 7 luglio, di lasciare invariati i tassi di interesse al 2% con la motivazione di una congiuntura ancora debole nella zona euro con il prezzo del petrolio ancora elevato e in aumento che pesa sulla domanda e sulla fiducia. La BCE rimane in posizione attendista e giudica appropriato il livello dei tassi sottolineando però i rischi attuali sulla congiuntura proveniente dal prezzo del petrolio, dal calo della fiducia delle famiglie e dagli squilibri finanziari internazionali.
Tradotto in soldoni tutto ciò significa che la gente spende poco perché guadagna poco e perché è già fortemente indebitata e un eventuale aumento dei tassi di interesse peserebbe enormemente sui bilanci. Ciò si ripercuote sulle imprese che cancellano o rinviano i propri programmi di investimento, che tagliano la produzione e cancellano posti di lavoro fino ad arrivare alla stessa chiusura dell’impresa e molto spesso, in Campania e nel Sud, alla riapertura in nero. E’ non solo la conseguenza di un normale ciclo recessivo, ma l’effetto di una profonda frattura strutturale che minaccia alla base l’economia italiana contrassegnata da un grosso calo di competitività che in pratica vuol dire costi più elevati rispetto ad altri produttori che ci rubano quote di mercato. Perché abbiamo questi costi più elevati e perché il Dpef non si occupa preliminarmente di questo?
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