Nel 2025 sia Merriam-Webster sia l’American Dialect Society hanno scelto “slop” come Word of the Year. “AI slop” indica contenuti generati in massa da intelligenza artificiale — articoli, video, immagini, recensioni — prodotti senza intervento umano significativo, al solo scopo di occupare spazio, intercettare traffico e monetizzare. Non è semplice contenuto mediocre: è una categoria nuova, riconoscibile per la propria sciatteria sistematica, e nei dodici mesi successivi ha continuato a crescere a una velocità senza precedenti per qualsiasi ecosistema editoriale.
Il problema non è che esista. Il problema è cosa fa al rapporto tra chi pubblica e chi legge.
I numeri del fenomeno
Un rapporto di DeepSee.io pubblicato a metà 2025 ha documentato un aumento del 717% dei siti riconoscibili come AI slop dall’arrivo dell’IA generativa, con oltre 100.000 siti raggiunti entro maggio 2025. Da allora il fenomeno ha accelerato: secondo Graphite gli articoli generati da IA rappresentano oggi più della metà di tutti i contenuti in lingua inglese sul web, e Meltwater ha rilevato un aumento di nove volte delle menzioni di “AI slop” nel 2025 rispetto al 2024, con sentiment negativo arrivato al 54% in ottobre.
Sulle piattaforme video la situazione è peggiore. Una ricerca di Kapwing ha mostrato che il 21% delle raccomandazioni servite ai nuovi utenti di YouTube apparteneva alla categoria AI slop, con un ulteriore 33% classificato come “brainrot”. Un’inchiesta del New York Times di marzo 2026 ha portato il dato in un terreno sensibile: circa il 40% dei video raccomandati ai bambini su YouTube e YouTube Kids presenta caratteristiche di AI slop, spesso con grafica realistica o in stile Cocomelon.
Uno studio longitudinale di Università di Lipsia e Bauhaus-Universität Weimar ha documentato che i motori di ricerca stanno perdendo la corsa contro lo spam SEO. La previsione di Gartner di un calo del 25% del volume di ricerche tradizionali entro il 2026 si sta realizzando.
Cosa cambia per chi legge
Per il lettore comune, l’effetto si manifesta in modo graduale ma riconoscibile. Capita una ricetta che non funziona, una recensione di un prodotto che il recensore non ha mai usato, un articolo storico con date sbagliate, un tutorial con istruzioni impossibili. Sommati, questi episodi modificano il modo in cui si arriva ai contenuti online.
Il rapporto 2026 di Integral Ad Science ha rilevato che il 46% dei professionisti dei media digitali considera una preoccupazione seria l’aumento dei contenuti IA non idonei, e quasi metà dei consumatori dichiara di non fidarsi più dei brand che pubblicano annunci su siti basati su contenuti generati artificialmente. Il 75% degli inserzionisti, nella stessa indagine, non vuole più vedere i propri annunci accanto a questi contenuti.
I segnali tipici dell’AI slop sono ormai abbastanza noti:
- Immagini con texture innaturalmente lisce, mani con un numero sbagliato di dita, testi con errori di ortografia.
- Articoli che ripetono lo stesso concetto in modi leggermente diversi senza aggiungere informazioni.
- Frasi di apertura standardizzate (“Nel mondo in continua evoluzione di…”) ricorrenti in centinaia di pagine.
- Citazioni di studi e dati che, verificati, risultano inesistenti o attribuiti a fonti sbagliate.
- Mancanza di esperienza diretta: nessun riferimento concreto a luoghi, persone o circostanze verificabili.
L’effetto sulla scoperta e sulla scelta
Quando una percentuale crescente del contenuto raggiungibile via ricerca è AI slop, il comportamento dei lettori cambia in due direzioni. Si torna a fonti note — siti che si conoscono, brand consolidati, autori riconoscibili — e aumenta la diffidenza anche verso le fonti legittime, perché distinguere a colpo d’occhio diventa faticoso. Entrambe le tendenze danneggiano la scoperta di contenuti nuovi di qualità.
Lo stesso meccanismo si applica oltre l’editoriale. Quando si cerca un servizio o un operatore specifico — un fornitore di gioco online come V Vegas, un’agenzia di viaggi, una banca digitale — la decisione finale è sempre più condizionata dalla qualità dei contenuti incontrati durante la ricerca. Se le prime pagine sembrano scritte da una macchina, la fiducia diminuisce anche per gli operatori che con quei contenuti non hanno nulla a che fare.
La risposta delle piattaforme
Le piattaforme principali hanno iniziato a reagire, anche se in ritardo. A luglio 2025 YouTube ha aggiornato le politiche di monetizzazione contro i caricamenti di massa di contenuti IA ripetitivi, e a gennaio 2026 il CEO Neal Mohan ha indicato la riduzione dello slop tra le priorità ufficiali. Google ha lanciato a febbraio 2026 un Core Update di Discover diretto contro i contenuti generati in massa, e a marzo i ricercatori di DoubleVerify hanno identificato “AutoBait”, una rete di oltre 200 siti che usavano prompt automatizzati per produrre contenuti al solo scopo di generare ricavi pubblicitari.
Tra editori e regolatori europei si stanno affermando tre direzioni d’intervento:
- Etichettatura obbligatoria dei contenuti generati o assistiti dall’IA, già prevista dall’AI Act in fase di applicazione.
- Verifica della provenienza tramite standard come C2PA, in fase di integrazione nei CMS delle principali testate tecnologiche.
- Aggiornamento degli algoritmi di ricerca per penalizzare i pattern tipici dei contenuti prodotti in massa senza supervisione umana.
Cosa resta da fare a chi pubblica
Per chi gestisce un sito, una redazione o un brand, il messaggio è chiaro. La fiducia è diventata un asset misurabile e tornerà a essere il principale vantaggio competitivo. Non significa rinunciare all’IA come strumento, ma usarla come supporto e non come sostituto, mantenendo voce umana, fatti verificabili e responsabilità editoriale tracciabile. Il pubblico ha imparato a riconoscere la differenza, e le piattaforme stanno rendendo quel riconoscimento più facile. Chi resta indietro si troverà a competere in uno spazio dove la propria reputazione rischia di confondersi con la spazzatura circostante. Costruire fiducia, oggi, è la forma più concreta di vantaggio strategico.


