A meno di un anno dalle elezioni, se ci arriviamo, si va all’ennesimo rimescolamento (l’ennesimo tentativo) della politica italiana. Dopo poco più di un decennio di bipolarismo imperfetto, la cui unica certezza è stata l’instabilità dei Governi che si sono succeduti, torniamo al dibattito, più speculare che mai ad esigenze elettorali, di rifondare i poli: riaggregarli, trasformarli, semplificarli e non si sa bene cos’altro. Ma con quale obiettivo? Con quale progetto? Cosa ci lasciano in eredità questi anni e innumerevoli Governi, crisi, verifiche e cambi di ministri? Un fardello legislativo tipicamente italiano e nessun vero grande disegno di sviluppo sociale ed economico, nessuna matrice politica in cui riconoscersi una volta passate le elezioni e le contrapposizioni elettorali.
Abbiamo vissuto cinque anni di Ulivo, che ancora cerca un nome, e stanno scadendo cinque anni berlusconiani senza essere riusciti a costruire una rappresentanza politica e governativa quanto più unitaria possibile.
Nel caso dell’attuale Governo, in particolare, con una maggioranza schiacciante quale mai si era ottenuta nella Penisola in democratiche consultazioni popolari, i risultati vanno considerati ancora più deludenti perché si sarebbe dovuto incidere in profondità nei problemi strutturali dell’Italia, e non si è fatto, si sarebbero dovute adottare strategie di lunghissimo respiro, e non si è fatto. Si sarebbe dovuto rivoluzionare il sistema-Paese fin nelle sue viscere, e non si è fatto. La realtà è quella che stiamo vivendo: l’implosione di alcuni partiti, il disorientamento e il riposizionamento di altri. A tutto questo cosa si propone come argine? Il partito unico. Ma come si può pensare che nella società attuale vinca ancora il modello partito? Inteso nel senso di gruppi elitari sempre più proiettati nella conservazione della propria immagine, delle proprie poltrone e incapaci di mantenere posizioni coerenti nel corso del tempo.
Chi un minimo segue la cronaca politica non può non accorgersi che questo finale di Governo è identico nelle sue macerazioni all’Ulivo pre-2001: alleanza in crisi, minoranza nel Paese reale, necessità di dare una sterzata, riaggiornamento programmatico. Una fotocopia totale! E, ripeto, in uno schieramento e nell’altro, si pensa che diluire questi fallimenti amministrativi e politici in contenitori più ampi sia la soluzione? Che smantellare un falso bipolarismo con inviti reciproci a trasmigrazioni, non più nell’ombra ma su stampa e Tv, contribuisca a fare chiarezza? Quanto più i cittadini hanno bisogno di posizioni limpide in cui riconoscersi, più gli si offre uno spettacolo ridicolo in cui gli alleati di ieri rischiano di diventare gli avversari di oggi e viceversa. E se anche fosse, chi guiderebbe questi parti unici, coloro che hanno distrutto i propri?
Se poi nemmeno la soluzione bipartitica fosse percorribile ecco avvicinarsi a marce forzate l’idea mai morta del grande centro, ovvero del grande pentolone che raccoglierebbe frustrazioni del recente passato e volponi dei nostri giorni a caccia della stanza dei bottoni per altri decenni. Seguire la politica italiana oggi significa occuparsi di chi farà carriera in Governi ancora non eletti, chi sarà il manager amico strapagato, chi sarà messo alla porta.
Nel frattempo, nel mondo reale la precarizzazione impazza, le imprese spariscono e qualche terrorista mette bombe. Non vogliamo fare piccolo moralismo, ma solo segnalare che lo scenario e gli uomini che abbiamo davanti sono troppo inadeguati per un Paese che ci sfugge di mano. Allora si pensi finalmente ad un sistema all’americana: due partiti, chi vince stragoverna e chi perde va a casa senza essere costretti a ritrovarcelo dopo qualche anno come leader ripulito e rinnovato per riprendere le redini che non ha meritato prima. Qualcuno ricorda che fine abbiano fatto i Jospin, i Gore, gli Aznar e quanti altri? Sconfitti, ma vivono meglio di qualsiasi pensionato. Avanti il prossimo.
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