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domenica, Giugno 26, 2022
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«Ai Licciardi 76mila euro all’anno», svelato l’accordo tra i Cimmino del Vomero e la Masseria Cardone


Un patto ferreo. Un accordo da 76mila euro l’anno. E’ quello ‘svelato’ indirettamente da Giovanni Caruson, storico esponente del clan Cimmino, in una intercettazione captata dagli inquirenti e riportata nell’ordinanza che questa mattina ha svelato le attività dei clan di camorra negli ospedali di Napoli. Caruson, nel dialogo con un interlocutore, oltre a confermare (in maniera involontaria) il ruolo di reggente di Andrea Basile (dopo l’incarcerazione di Luigi Cimmino), spiega che il gruppo del Vomero è da anni in accordo con i Licciardi della Masseria Cardone.

L’accordo tra i Cimmino del Vomero e i Licciardi

La conversazione sottolinea e conferma i “profondi” rapporti, anche “d’affari”, che legano il dan del Vomero alla Masseria Cardone sia durante lo stato di detenzione di Antonio Teghemiè (marito di Maria Licciardi), sia quando lo scettro del comando era detenuto da Paolo Abbatiello. Caruson, in tale conversazione precisa al suo interlocutore cli conoscere bene le “regole” del “rispetto” precisa che, all’atto della scarcerazione di Teghemiè si era recato al suo cospetto per mettere a disposizione i servigi e per ringraziarlo per aver sostenuto se stesso e la sua famiglia durante lo stato di detenzione (i Licciardi avrebbero versato per venti mesi la ‘mesata’ alla famiglia di Caruson quando questi era detenuto). Teghemiè, nel rispetto del rapporto che lo legava ai Cimmino-Caiazza, lo rinviava al mittente con le seguenti testuali parole: «Tu non sei di Secondigliano sei del Vomero e i tuoi servigi li metti a disposizione dei compagni del Vomero». Lo stesso Caruson poi rivela al suo interlocutore dell’accordo esistente tra i due gruppi riguardante le estorsioni:«Noi a quelli della Masseria gliprendiamo 76.000 euro …all’anno gli prendiamo…hai capito..?».

L’articolo precedente: il ‘finto pentimento’ del boss Cimmino

C’è anche la descrizione di un ‘finto pentimento’ nelle oltre 412 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Marcopido, che questa mattina ha portato all’esecuzione di 40 arresti. Tra questi il boss e gli affiliati del gruppo Cimmino, storico sodalizio criminale del Vomero. Gruppo guidato da Luigi Cimmino che, come ricostruito nelle pagine del dispositivo, avrebbe esercitato per anni il controllo illecito delle attività economiche correlate alla gestione delle strutture ospedaliere del Cardarelli, del Monaldi, del Cotugno, del Cto, dell’azienda ospedaliere universitaria Federico II attraverso l’esercizio di sistematica pressione estensiva sulle imprese appaltatrici di beni e servizi delle suddette aziende sanitarie pubbliche, la corruzione dei pubblici ufficiali deputati alla cura delle procedure di aggiudicazione della gare di appalto di opere e servizi, il fraudolento turbamento del corso delle procedure amministrative e la falsificazione, materiale e ideologica dei vari atti».

Cimmino smascherato dalla Procura

Nell’ordinanza il gip specifica che il vecchio boss, benché risulti attualmente detenuto in regime di carcere duro, di fatto non ha mai cessato di riscuotere gli introiti delle attività illecite non solo sotto forma di “mesata” ma anche in via diretta, attraverso il figlio  Diego, percependo quote di rilevanti estorsioni. Egli, inoltre, avrebbe continuato ad esercitare il suo potere all’interno del sodalizio e a far valere il suo ruolo di capo, come si desume dalla circostanza che anche dopo un breve periodo in cui il clan sospese il pagamento della quota a lui e alla sua famiglia, quale ritorsione perché lui stesso e il figlio Diego si erano appropriati degli introiti di alcune estorsioni di notevole entità, ne ottenne il ripristino grazie ai suoi rapporti con i clan di Marano. Lo stesso Cimmino, come ricostruito, cercò di eludere il carcere duro con un ‘finto pentimento’. E’ il vecchio boss nel 2018 a manifestare subdolamente l’intento di aggirare il regime carcerario con un finto pentimento per poter ottenere i domiciliari e continuare a comandare.

Il piano del boss del Vomero

Proposito questo fallito con la Procura che, già dai primi colloqui esplorativi, riesce a comprendere i reali propositi di Cimmino. Scelta dunque che il boss del Vomero avrebbe intrapreso non per un reale intento di cambiamento e distacco dal dan bensì per alleviare le sue condizioni di vita carceraria. A ribadirlo è lo stesso Cimmino intercettato in carcere mentre spiega al telefono ai familiari il suo piano:«E’ una mezza collaborazione, hai capito? Per cercare di .. scansare, diciamo, questo 41 e per scansare, diciamo, la casa lavoro a 41, hai capito?Se accetto è l’unico metodo per scansare la casa lavoro».

 

 

 

 

 

 

 

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