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Arzano, boss sospettava relazione tra un affiliato e la figliastra: “Spezzategli gambe e braccia”

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Dal carcere continuava a impartire ordini ai suoi uomini fidati, decidendo punizioni e strategie del clan. È quanto emerge da un nuovo stralcio dell’ordinanza che ha portato a 17 arresti nell’ambito dell’inchiesta sul gruppo criminale operante ad Arzano e riconducibile al clan della “167”.

Secondo gli investigatori, Giuseppe Monfregolo, ritenuto figura apicale della cosca, avrebbe mantenuto un forte potere decisionale anche durante la detenzione, comunicando costantemente con gli affiliati rimasti liberi.

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Come emerge dalle conversazioni intercettate, Monfregolo avrebbe avuto “un’ampia capacità di interazione dal carcere”, riuscendo a impartire ordini ai propri uomini sul territorio. A fare da tramite sarebbe stato soprattutto Salvatore Romano, considerato uno dei riferimenti del gruppo durante il periodo di detenzione del boss, insieme al suo braccio destro Antonio Caiazza, detto “AC”.

Proprio una vicenda personale avrebbe provocato tensioni interne al clan. Dalle indagini dei carabinieri di Castello di Cisterna emerge infatti che Monfregolo sospettava che vi fosse una relazione tra la sua figliastra e Salvatore Lupoli, circostanza non gradita al boss.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, Monfregolo avrebbe ordinato un violento pestaggio ai danni di Lupoli. Il contenuto della richiesta emergerebbe da una videochiamata intercettata tra Monfregolo e Romano, nella quale il boss avrebbe ribadito la volontà di punire il giovane.

Gli atti parlano di una spedizione punitiva particolarmente cruenta, con l’obiettivo di provocare “fratture agli arti superiori ed inferiori”.

Romano, però, avrebbe manifestato dubbi sulla vicenda, sostenendo di credere alla versione fornita da Lupoli, che negava la relazione con la ragazza e parlava soltanto di apprezzamenti negativi rivolti al fratello di Monfregolo.

In una delle conversazioni più significative riportate nell’ordinanza, Romano si sfoga con Caiazza: “Antò gli faccio una paliata senza spezzargli nulla… gli facciamo una paliata e lo mandiamo fuori… o frate te ne devi andare per un mese fuori…”.

Poi aggiunge: “Se non è vero ti do soddisfazione poi dopo… perché dopo esce la merda fuori Antò…”.

E ancora: “Mi sento un uomo di merda perché o frà mi deve morire mio fratello, io non ci credo a questa storia… mi credi Antonio? Guardami negli occhi”.

Per gli inquirenti, le conversazioni confermerebbero il ruolo centrale di Monfregolo nella gestione del gruppo criminale anche dalla detenzione e la capacità del clan di imporre decisioni e punizioni sul territorio attraverso una rete di fedelissimi.

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