Un altro assalto in gioielleria in provincia di Napoli. A finire nel mirino dei ladri, stavolta, è stata la gioielleria Battista, sita in via Campiglione a Caivano.
Il furto è avvenuto nella notte, stando a quanto reso noto dalla titolare attraverso un post e una serie di storie pubblicate sui canali social. I ladri, una volta divelte le porte d’ingresso, si sono introdotti all’interno dell’attività portando via di tutto, tra soldi contenuti nella cassa e gioielli, causando un danno enorme.
Quanto successo è stato denunciato dalla stessa proprietà dell’attività sui social.
Assalto alla gioielleria “Battista” a Caivano, ladri fanno bottino pieno di preziosi
Di seguito, il post integrale, carico di rabbia e amarezza, condiviso dalla titolare della gioielleria attraverso i canali social: “STANOTTE NON CI HANNO RUBATO SOLTANTO DEI GIOIELLI. CI HANNO PORTATO VIA UNA VITA DI SACRIFICI. Mio padre ha iniziato a lavorare a soli 10 anni.
Dieci anni. Un bambino che, invece di pensare soltanto a giocare, aveva già imparato cosa significasse lavorare.
Faceva il barista. Portava il caffè a un incastonatore e, ogni volta che entrava in quel laboratorio, si fermava a guardarlo lavorare. Rimaneva lì, affascinato da quelle mani che trasformavano qualcosa di piccolo in qualcosa di prezioso. Gli piaceva così tanto che, piano piano, ha iniziato a imparare quel mestiere. Da lì è cominciato tutto.
Da un bambino di dieci anni, da un caffè portato in un laboratorio, da un sogno che con il tempo sarebbe diventato la sua intera vita.
Stanotte è arrivata una telefonata. Stavano rubando nella nostra gioielleria. Hanno portato via tutto. E io da stanotte continuo a farmi una sola domanda: MA VOI SAPETE COSA AVETE RUBATO? Sapete cosa significa costruire qualcosa partendo da zero?
Sapete quante rinunce ci sono dietro una vetrina illuminata? Quante notti senza dormire? Quante preoccupazioni, quante lacrime, quanti sacrifici, quanti momenti di vita persi per mandare avanti un’attività?
Mio padre ha dedicato oltre trent’anni a quella gioielleria. Trent’anni che si aggiungono a tutti quelli trascorsi prima a imparare e a lavorare.
Io ho trent’anni. E per trent’anni ho mangiato con mio padre soltanto la domenica. Rileggetela questa frase. SOLTANTO LA DOMENICA. Perché gli altri giorni mio padre lavorava. Lavorava quando gli altri erano a casa. Lavorava quando gli altri si godevano la famiglia. Lavorava quando avrebbe potuto riposarsi, stare con i suoi figli, vivere quei momenti che non tornano più.
Quanti pranzi insieme ci siamo persi? Quanti momenti non abbiamo vissuto? Quante volte avrei voluto semplicemente averlo a casa?
Ma lui era lì. Sempre lì”.
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