Le indagini sulla tragedia del “Le Constellation” di Crans-Montana squarciano il velo su una notte di San Silvestro trasformatasi in strage.
Crans-Montana, l’ammissione dei titolari: “L’uscita di sicurezza chiusa col chiavistello, dietro i corpi ammassati”
Tra le macerie fumanti del locale, i verbali delle deposizioni di Jacques e Jessica Moretti — i titolari ora accusati di omicidio, lesioni e incendio colposi — restituiscono il mosaico di una trappola mortale fatta di porte sbarrate, soffitti infiammabili e una folla in preda al terrore che corre e si accalca senza via d’uscita. Mentre Jacques è in carcere e Jessica ai domiciliari, le loro parole tentano di ricostruire quegli istanti di panico, tra l’orrore delle fiamme e il peso di responsabilità che pesano come macigni.
Jacques Moretti arriva al locale quando le fiamme stanno già facendo strage. Dopo aver capito che l’ingresso principale è impraticabile, corre verso il retro per sfondare la porta di servizio al pianterreno, che avrebbe dovuto fungere da uscita di sicurezza. «Era chiusa e bloccata dall’interno con il chiavistello», ammette davanti agli inquirenti, come riporta il Corriere della Sera, specificando che di solito, però, non lo era. E aggiunge: «l’abbiamo forzata». Una volta dentro, lo scenario è apocalittico: decine di feriti, persone a terra, e il corpo esanime di una dipendente. L’uomo confessa di aver ristrutturato il locale personalmente nel 2015, ammettendo di aver posato lui stesso la spugna fonoassorbente acquistata in un negozio di bricolage, rivelatasi poi un accelerante letale. Oggi si dice «devastato» e «responsabile»: «È il dramma della mia vita, non so come resisterò».
Jessica Moretti descrive l’inizio del disastro, avvenuto intorno all’1.30, quando il locale era ormai stracolmo, con il doppio dei clienti consentiti. La scintilla fatale parte dalle coreografiche bottiglie di champagne: «Non lasciavamo mai che i clienti le maneggiassero. Quando si spegnevano le immergevamo in un bicchiere d’acqua», si difende la donna, pur ammettendo che non impediva alle cameriere di agitare le fontane pirotecniche vicino al soffitto basso. «All’improvviso, ho sentito un movimento della folla. Ho visto le fiamme arancioni in un angolo del bar», racconta descrivendo i momenti in cui ha iniziato a urlare «uscite tutti». Nel caos più totale, riesce a chiamare il marito: «Gli ho detto “c’è il fuoco al Constel, vieni subito”. Ero nel panico completo».
“Abbiamo provato a salvare la cameriera”
Tra le vittime accatastate nei corridoi del locale, il pensiero dei titolari va costantemente a Cyane Panine, la cameriera di 24 anni che non è riuscita a fuggire. Jacques la trova sul pavimento subito dopo aver forzato la porta posteriore; la trascina all’esterno e tenta l’impossibile per riportarla in vita. «Era come una sorella», ricorda Jessica con amarezza.
Jacques, nel tentativo di proteggere la moglie dallo strazio di vedere i corpi ammassati e i soccorsi disperati, la convince ad allontanarsi: «Le ho detto di non rimanere a vedere questa tragedia, volevo proteggerla». Un gesto di protezione privata in mezzo a un disastro pubblico dove, come accertato dagli inquirenti italiani, 34 corpi sono stati trovati ammassati l’uno sull’altro ai piedi di una scala, diventata un vicolo cieco verso la morte.


