Prima il Venezuela, poi la Groenlandia. Donald Trump amplia il raggio della sua offensiva geopolitica e riporta al centro del dibattito internazionale uno dei dossier più delicati degli ultimi anni. Dopo l’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e all’annuncio di una transizione politica sotto la regia di Washington, il presidente degli Stati Uniti ha acceso i riflettori sull’Artico, riaprendo una frattura con l’Europa.
«Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa», ha dichiarato Trump in un’intervista a The Atlantic, rilanciando una posizione già espressa durante il suo primo mandato ma mai abbandonata del tutto. Una frase che, da sola, sarebbe bastata a creare tensioni. Ma a trasformarla in un caso diplomatico è stato un post comparso poche ore dopo sui social.
A pubblicarlo è stata Katie Miller, moglie di Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca e figura centrale dell’architettura politica trumpiana. L’immagine mostra la mappa della Groenlandia colorata con la bandiera americana e una sola parola: “Soon”, presto. Un messaggio secco, ambiguo, dal peso politico enorme, soprattutto per il ruolo ricoperto dal marito e per il tempismo scelto.
Katie Miller non è una semplice osservatrice. In passato ha lavorato all’ufficio stampa del Dipartimento per la Sicurezza Interna e nella comunicazione dell’ex vicepresidente Mike Pence. Il suo legame diretto con uno degli uomini più influenti dell’amministrazione rende il post tutt’altro che una provocazione privata, trasformandolo in un segnale che a Copenaghen è stato letto come una minaccia.
La risposta della Danimarca non si è fatta attendere. La premier Mette Frederiksen ha parlato apertamente di intimidazioni, invitando Washington a «porre fine alle minacce contro un alleato storico». Parole dure, seguite da una presa di posizione ancora più netta: «È assolutamente assurdo affermare che gli Stati Uniti dovrebbero prendere il controllo della Groenlandia», territorio autonomo sotto la corona danese.
Sul piano diplomatico è intervenuto anche l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moeller Soerensen, che ha inviato un messaggio definito “amichevole”, ma dal contenuto fermissimo. La Danimarca, ha ricordato, è membro della Nato e ha già rafforzato in modo significativo la propria presenza militare e di sicurezza nell’Artico, in collaborazione proprio con gli Stati Uniti. «Siamo stretti alleati e dovremmo continuare a comportarci come tali», ha sottolineato.
La Groenlandia non è solo un’enorme distesa di ghiaccio. È un territorio strategico, ricco di minerali essenziali per l’industria tecnologica e snodo cruciale delle nuove rotte artiche, sempre più accessibili a causa del cambiamento climatico. Un’area contesa, osservata con attenzione anche da Russia e Cina, dove la competizione tra superpotenze si gioca sempre più sul controllo delle infrastrutture e della sicurezza.
Trump, che in passato aveva già nominato un proprio inviato per la Groenlandia scatenando proteste a Copenaghen e a Bruxelles, sembra ora rilanciare una visione apertamente assertiva. Una strategia che punta a rafforzare la presenza americana nelle aree chiave del pianeta, ma che rischia di incrinare alleanze storiche.
Dall’Europa il messaggio è chiaro: l’Artico non è un terreno di conquista e la Nato non è un gioco a somma zero. Le alleanze non si ridisegnano con slogan o post sui social. E mentre Trump parla di sicurezza nazionale, la diplomazia internazionale si prepara a gestire l’ennesima tensione in uno scacchiere globale sempre più instabile.

