“Il clan dei Casalesi è un clan ancora attivo, e la fazione degli Zagaria ha dimostrato di avere cambiato pelle. Rispetto alle indagini storiche in cui era emerso che si erano sempre opposti al traffico di sostanze stupefacenti, in questa indagine abbiamo scoperto un accordo con i Bellocco, famiglia dell’ndrangheta, per portare enormi quantitativi di droga nel Casertano“. E’ quanto ha affermato il comandante provinciale dei Carabinieri di Caserta Manuel Scarso, nel corso della conferenza stampa convocata negli uffici della Procura di Napoli per illustrare l’indagine anticamorra.
“Questa mafia non uccide”
“Questa mafia non uccide, non siamo nel periodo degli atti terroristici degli anni passati, ma si tratta di una mafia che ha una capacità imprenditoriale altissima”, sottolinea Scarso, facendo poi riferimento al sequestro di due aziende riconducibili al clan per un valore di 40 milioni di euro”.
Tra queste “non può ovviamente mancare – evidenzia il comandante – un’azienda che si occupa di rifiuti solidi urbani, settore che rappresenta da sempre il marchio dei Casalesi“. “Abbiamo individuato – aggiunge l’ufficiale – una cassa comune che viene utilizzata dal clan e attività sul territorio dove bisogna ancora essere violenti per imporsi. Parliamo di estorsioni ai danni di soggetti che sono stati minacciati e nei loro confronti sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco affinché avvenisse la vendita di alcuni terreni”.
Blitz contro il clan dei Casalesi
E’ di 23 persone arrestate – 19 in carcere e 4 ai domiciliari – il bilancio dell’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dei Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Caserta contro il clan dei Casalesi, in particolare contro la fazione guidata dal capoclan Michele Zagaria, detenuto da 15 anni.
In carcere sono finiti i fratelli del boss, Carmine e Antonio, il nipote Filippo Capaldo, figlio della sorella Beatrice, catturato in Spagna, dove si era trasferito dopo essere stato scarcerato nel 2019.
Anche Carmine e Antonio erano stati in carcere e poi rimessi in libertà già qualche anno fa: da allora avevano continuato a gestire la cosca fondata dal fratello Michele secondo classiche dinamiche, ovvero facendo estorsioni a commercianti e imprenditori, controllando alcuni settori economici come quello della compravendita delle proprietà terriere. Il clan, grazie a rapporti con l’ndrangheta, si occupava anche del traffico di droga


