di Emmanuele Coppola

Giugliano non può vantare di avere avuto una continuità di attenzione culturale sulla propria storia, lasciandosi trascurare da quanti avrebbero dovuto vegliare sulle sorti della sua insignificante attualità pseudo-sociale, perché solo così può definirsi un improduttivo trascorrere degli anni col frenetico miraggio di dare un significato contingente al presente senza produrre niente per l’indomani.

Discutendo oziosamente nella cerchia dei pochi arrabbiati guardiani del passato, si è spesso arrivati a dichiarare che ‘‘Giugliano non ha un popolo’’, perché non lo si è formato, e tantomeno educato ad avere cura di se stesso per riuscire ad essere orgoglioso di qualcosa da poter trasmettere agli altri, nella prosecuzione generazionale di se stesso, senza arrossire di vergogna.

Giugliano non ha un popolo cosciente di valere qualcosa oltre l’apparenza concettuale e politica del suo presente, perché nella sua metodologia amministrativa ha quasi sempre bandito la Cultura, come estranea, se non addirittura ostacolo, ai suoi interessi. Ma ci si è dovuti rassegnare a considerare che, nella prosecuzione della sua crescita sociale e culturale, il popolo ha gli amministratori che si merita, se non è riuscito ad esprimere di meglio.

Dal passato degli ultimi duecento anni ci è stato lasciato poco o niente, da quando ipoteticamente Giugliano sarebbe stata amministrata non più dagli Utili Patroni, ma dalle nuove più immediate e autorevoli rappresentanze territoriali, da quando l’autorità amministrativa ha cominciato a prendere il nome di Sindaco, con la corte selezionata dei suoi collaboratori, che hanno rappresentato la Giunta ed il Consiglio variamente denominato.

Ma la situazione si è aggravata da quando si sarebbe dovuto cominciare a sperare in meglio, cioè dall’inizio della storia post-unitaria, dal 1861, quando si cominciò a riconoscere l’opportunità politica di affidare l’amministrazione locale nelle mani di professionisti ed uomini di cultura, per quanto selezionati nella cerchia dei Bonatenenti, come dire – con il Manzoni – che ‘‘col novo signore’’ era rimasto ‘‘l’antico’’. Intanto, però, la società locale era rimasta cristallizzata nel suo antico territorio, che era stato protetto, nei secoli addietro, sotto la velo dell’ignoranza storica, come dire ‘‘Occhio non vede, mano non desidera’’. E sì, perché poi, questo territorio, lo si è cominciato a depredare, distruggere ed umiliare. E questa è la Storia di Giugliano degli ultimi sessant’anni, la Storia del suo territorio, dall’insorgere dei primi mini-palazzinari spontanei, che cominciarono a costruire le ville sui reperti archeologici, fino ad arrivare a radere al suolo, impietosamente, con la ruspa della più incoerente ignoranza, l’antichissimo Villaggio di Zaccaria, circa un anno fa, e con la benedizione degli organi istituzionali, che osarono giustificarsi dichiarando di aver fatto il proprio dovere di legittimazione degli atti.

Queste considerazioni sono insorte, nel mio animo esacerbato, mentre continuavo a leggere con interessata attenzione il recente libro dell’architetto Gianfranco Russo, il bel saggio sulla Basilica di Santa Fortunata a Lago Patria.

Stampato nel dicembre scorso da Claudio Editore in accordo con Archivio Giuglianese, amministratore del quale è lo stesso Francesco Gianfranco Russo, questo saggio storico è arrivato in libreria circa tre mesi fa, nel mese di febbraio. Consta di 96 pagine, nelle quali la trattazione si ritrova agilmente distribuita in dodici capitoli, con ampio corredo fotografico e documentale. Deve, pertanto, riconoscersi all’Autore, in primis, il merito di aver dato un ordine narrativo con la scansione degli argomenti per capitoli distinti, applicandovi, oltre la passione della curiosità culturale, una profondità professionale acquisita, ovviamente, anche attraverso un curriculum di studi accademici, quale architetto.

Il testo, elaborato con la suddetta suddivisione micro-tematica, merita una particolare attenzione critica, perché si tratta di un argomento di per sé accattivante per chi ha interesse ad approfondire la Storia trascurata di Giugliano, e perché va letto con discernimento critico (il che significa con cauta e paziente attenzione) per comprendere appieno la sua complessa articolazione, sorretti – non a caso – dalla misurata suddivisione in capitoletti.

Intanto, bisogna prendere le mosse di partenza dalla enunciazione di una difficoltà che l’Autore premette introducendosi nel primo capitolo, dove egli scrive: «Dare vita ad un elaborato che descriva un reperto storico-religioso distrutto è difficile». Da questo assunto comincia l’esaltante avventura ricognitiva, attraverso l’esposizione dei documenti acquisiti e le ipotesi prudentemente avanzate, anche sfidando il rischio di un azzardo, per concludere così, all’ultimo capitolo: «Della basilica di santa Fortunata non resta nulla». Questa amara e condivisa constatazione giustifica la conseguente grave denunzia dell’architetto Gianfranco Russo, come uomo di cultura, il quale infine scrive che la residua e documentata traccia archeologica della Basilica/Martyrion di Santa Fortunata «è stata sradicata dal suolo nel silenzio generale. Neppure una voce, né amministrativa né religiosa e neppure popolare, ritenne nella metà del secolo scorso di intervenire a difesa della storia e della fede, neppure la Soprintendenza che esisterebbe solo per questo». Ma l’accusa affiora già nel V Capitolo, nel quale si fa riferimento ai proprietari dei terreni, io dico per la loro interessata ignoranza, per la cecità distratta della Soprintendenza e per l’ignoranza dei politici ed amministratori locali con il supporto confortevole dei tecnici della stessa insipienza ed incapacità culturale. Ed il concetto, ricorrente, viene ancora ribadito al Cap. X, perché lo scempio della politica assente ha ignorato il grave avanzare dell’abusivismo edilizio dove c’erano le tracce evidenti della Storia, della nostra lontana identità culturale, della nostra Civiltà.

Per meglio soddisfare la giustificata curiosità di chi vorrá introdursi alla lettura del saggio, io ritengo – per la ricca complessità degli argomenti trattati – che non sarebbe sufficiente limitarsi ad offrire una frettolosa presentazione ad un pubblico occasionalmente interessato ed accorso quasi come atto dovuto nei confronti dell’autore per una reciproca frequentazione amicale. Al di là della presentazione ad un pubblico eterogeneo, ed al momento numericamente ridotto in osservanza delle disposizioni anti-assembramento, questo saggio storico meriterebbe di essere accuratamente esposto come tema di un convegno aperto alla partecipazione di una più vasta platea di studiosi ed appassionati di storia locale, per suscitare un dibattito ed arricchire ancor più la comprensione della ricostruzione documentata e delle ipotesi congetturate, in ordine alla cronologia, sull’esistenza storica della Basilica/Martyrion di Santa Fortunata a Lago Patria.

Pertanto, così motivato, mi concedo la libertà di ripercorrere l’articolazione dei capitoli e di fare qualche osservazione là dove ritengo si possa evidenziare uno spunto di confronto, insieme alla logica articolazione degli argomenti trattati dall’Autore con l’attenzione ed il rigore dello studioso, lasciando comunque intendere che questa storia è fatta di luci ed ombre, proprio perché – come egli osserva – «dare vita ad un elaborato che descriva un reperto storico-religioso distrutto è difficile», dato atto che «della basilica di santa Fortunata non resta nulla».

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Ricognizione degli argomenti trattati

Nel primo capitolo si fa un accurato excursus sulla storia di Liternum, deviando dal titolo [Il ‘‘Martyrion’’ di Santa Fortunata a Patria]. Nell’esposizione del tema si potrebbe cogliere una lieve incongruenza, là dove è detto che lo sviluppo di Liternum si concretizzò in infrastrutture e opere pubbliche realizzate a partire dal I secolo a.C., rilevando poi che la Via Domitiana è del 95 d.C. È, inoltre, suggestivo considerare che alcuni dei villaggi del vasto territorio di Liternum avrebbero costituito gli embrioni dei centri abitati odierni, che non riusciamo a individuare con certezza, a meno che non si faccia riferimento alle grandi Masserie edificate con materiali antichi. È una ipotesi suggestiva, più che fantasticata; quindi, credibile.

Nel secondo capitolo [Liternum cristiana] si argomenta sulla genesi dell’architettura paleocristiana per la nuova fruizione degli spazi ad uso dei fedeli, con le funzionalità liturgiche. L’architetto Gianfranco Russo ha ben riordinato la narrazione documentale acquisita, con i pochi dati riferiti alla venuta della Santa Fortunata e la permanenza del culto e delle spoglie a Liternum per circa quattro secoli, fino al 768, quando si ipotizza che Liternum fosse ormai decaduta, se non scomparsa, da trecento anni.

Argomento del terzo capitolo è [Santa Fortunata]. Decaduta Liternum, rimane la Chiesa, ovvero il culto della Santa Fortunata e la Basilichetta. La martire è definita impropriamente ‘‘santa nostrana’’, evidenziando che è poco conosciuta e mai venerata. Vengono fornite le diverse ipotesi, più o meno documentate, del martirio di Fortunata e del trasferimento delle sue spoglie da Cesarea, in Palestina, fino alla Campania. Si parla, quindi, di ipotesi plausibili. Si può osservare, criticamente, che il Vescovo di Napoli, Stefano II, nel 784 abbia disposto di recuperare le spoglie della Santa da una chiesa ormai pressoché abbandonata, per ricostituirne il culto in un edicifio più dignitoso, dando atto che la Civitas Patriensis era ‘‘penitus depopulata’’. Si riportano, infine, le peripezie sulla traslazione delle spoglie della Santa da Napoli (nel 1796) a Moquega (Perù). Si tratta ormai di un mito, che non ci apparteneva ormai da oltre mille anni, e l’iconografia della copertina si giustifica a livello di curiosità suppletiva.

Il quarto capitolo è dedicato a [La Domitiana]. In esso si ipotizza che la Basilichetta [così definita dal Chianese] sia stata costruita nel V secolo, proprio quando Liternum sta per esere ‘‘distrutta’’ da Genserico (455), si presume là dove doveva esserci già una struttura con le spoglie della Santa Fortunata, martirizzata da oltre duecento anni. Si potrebbe osservare che si sovrappongono quasi, cronologicamente, la costruzione e la distruzione della Basilichetta, costituendo poi un vuoto di circa trecento anni (dal 455 al 768). Ma il 768 non segna l’inizio dell’abbandono, bensì della fine. Interessante è l’accurata ricostruzione del tracciato della Via Domitiana fatta dalla Dr.ssa Francesca Longobardo (che deriva da Giacomo Chianese e da Mario Pagano). Nel rincorrersi delle ipotesi plausibili e parzialmente documentabili, si evidenzia finalmente che la Basilichetta fu probabilmente eretta in epoca del decadimento di Liternum, quindi dopo il 455. Si affaccia, a questo punto, una incognita: dove erano prima venerate le spoglie della Santa?

Il quinto capitolo [Gli appunti di Giacomo Chianese] rappresenta una preziosa ricognizione documentale, insieme con il profilo culturale del Chianese. Abbiamo, quindi, la descrizione dei reperti archeologici riferiti all’esistenza della Basilichetta. Gli appunti, pubblicati dal figlio Domenico nel 1976, furono poi rielaborati dall’archeologo Mario Pagano, nel 1989, con la planimetria della Basilica ed il ritrovamento del villaggetto ad essa contiguo, in località Varcaturiello.

Nel sesto capitolo si argomenta sulla [Basilica o Martyrion], per chiarire se l’edificio era una basilica o un martyrion, dato atto che tale tipologia monumentale si trovava di solito edificata fuori il perimetro o mura cittadine, lungo i tracciati delle strade o nei pressi di necropoli. Dall’epoca di Costantino il Martyrion non era più edificato sulla tomba del martire, ma era un luogo celebrativo in presenza di reliquie. Dal V secolo lo si costruisce a ridosso di un altro edificio di culto. Così dovrebbe essere per Santa Fortunata. Il capitolo contiene la storia della tipologia basilicale in evoluzione da Costantino (313) ad Onorio (423). Si potrebbe osservare che la Basilichetta fu forse edificata verso la fine del V secolo (considerando che Liternum fu saccheggiata e distrutta tra il 455 ed il 471), come ripresa spirituale, ovvero come un tentativo di rinascita sociale attorno al culto di Santa Fortunata, utilizzando i materiali degli edifici saccheggiati. Si ribadisce, infine, che il culto per la Santa si mantenne fino al 768, quindi ancora per tre secoli. Ma le spoglie della Santa vi erano venerate in precedenza, in un ridotto Martyrion.

Nel settimo capitolo, impropriamente intitolato [La Basilica ai tempi dei Longobardi], si dispiega la storia del territorio dopo la caduta di Roma (476), fatto oggetto di contesa tra il Ducato Napoletano ed il Ducato Longobardo. Ma non si parla della Basilica.

Nell’ottavo capitolo [Le Pergamene longobarde], come riferimento storico/geografico del territorio denominato Lago Patria, e non più Literno, viene citata la Basilica diroccata nel 986 e la presenza di un modesto villaggio attorno ai suoi ruderi. Il capitolo è impreziosito con la riproduzione del testo della Pergamena della Principessa Aloara di Capua.

Nel nono capitolo, [Santa Fortunata e la sorgente], muovendo da un passo della Donazione di Aloara, e citando uno studio dell’archeologo Nicola De Carlo sull’individuazione di alcuni villaggi ubicati nei pressi del lago, ed in particolare di Malbutino, Gianfranco Russo ci accompagna nella ricognizione dei siti in topografia con l’individuazione delle cosiddette sorgenti ‘‘miracolose’’.

Per intero, il decimo capitolo è dedicato agli [Aspetti architettonici] della Basilica/Martyrion, e si considera il Martyrion edificato come successivo ampliamento della Basilica. Tuttavia, mi domando – ovviamente da profano – se eventualmente si potrebbe ipotizzare il contrario: lo giustificherebbe il doppio abside non simmetrico; quello della Basilica più dimensionato alla larghezza della navata; quello del Martyrion potrebbe far pensare ad una forma di tempietto con la successiva costruzione della navata parallela a quella della Basilica. La descrizione del complesso in pianta è acquisita da Chianese e Pagano. Viene ribadita la precedente costruzione della Basilica, con ampliamento a Martyrion verso la fine del V secolo; ma subito dopo è detto che essa fu costruita con materiali di ‘‘reimpiego’’ provenienti dagli edifici distrutti. A questo punto si dovrebbe ipotizzare che anche la Basilica era stata distrutta, per essere poi ricostruita con quei materiali ed elementi architettonici, spostando le spoglie della Santa nel vano aggiunto come Martyrion. Ma queste sono delle ipotesi complesse associate al concetto della Basilica doppia sul modello di Cimitile, che è anteriore di oltre un secolo. Nel complesso, il Cap. X è una trattazione dotta su elementi di interpretazione delle radici storiche della liturgia paleocristiana.

Nell’undicesimo capitolo l’Autore si sofferma sugli [Aspetti costruttivi], producendo un ineccepibile excursus tecnico sulle modalità di costruzione e dei materiali impiegati dagli architetti romani e poi adottati in epoca paleocristiana e medioevale.

Con il brevissimo dodicesimo capitolo, intitolato [Cosa resta della Basilica Santa Fortunata], si conclude icasticamente il saggio dell’architetto Gianfranco Russo, con una vibrata denunzia sullo scempio perpetrato per ignoranza, interessi privati e strafottenza sociale di quanti avrebbero dovuto custodire e proteggere il patrimonio storico e culturale del territorio di Giugliano, onde adesso dobbiamo ancora ribadire che ‘‘della basilica di santa Fortunata non resta nulla’’, se non questa appassionata memoria storica.

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