HomeCronacaPatto camorra-politica a Caivano, mezzo secolo di carcere

Patto camorra-politica a Caivano, mezzo secolo di carcere

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Nove condanne e circa mezzo secolo di carcere. Si è chiuso il secondo capitolo dell’inchiesta relativa al patto tra clan e amministratori pubblici a Caivano con le condanne di secondo grado. Quello scoperto dagli investigatori era un vero e proprio comitato d’affari politica-camorra-imprenditoria, che per anni ha gestito le gare d’appalto nel comune di Caivano, la cui amministrazione è stata sciolta per le gravi ingerenze del clan Angelino. L’ex assessore Carmine Peluso ha incassato 4 anni e quattro mesi, a fronte dei cinque anni del primo grado.

Per i camorristi finiti nell’inchiesta, il capo clan Antonio Angelino, meglio noto come “Tibiuccio”, è stato condannato a 12 anni e sei mesi di carcere, mentre meglio è andata a Gaetano Angelino, condannato a quattro anni e due mesi in continuazione con altra sentenza: era difeso dall’avvocato Rocco Maria Spina.

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Raffaele Lionelli ha invece rimediato 6 anni e quattro mesi, Massimiliano Volpicelli si è visto confermare la sentenza di primo grado con revoca della libertà vigilata, mentre Domenico Galdiero si è visto infliggere una pena di due anni e dieci mesi, vedendo cadere l’imputazione del capo associativo: era difeso dagli avvocati Rocco Maria Spina e Dario Carmine Procentese.

Riguardo la parte politica è stato condannato l’ex consigliere Giambattista Alberico a una pena di sei anni e due mesi, Martino Pezzella a 7 anni e due mesi. Per i due imprenditori che avevano scelto il rito abbreviato, Domenico Celiento era stato già assolto, mentre un suo parente Vincenzo Celiento è stato condannato a tre anni di lavori di pubblica utilità.

La vicenda fu scoperta grazie alle indagini dei carabinieri, coordinate dalla Dda di Napoli, che misero in luce un vero e proprio comitato d’affari tra camorristi, amministratori pubblici e imprenditori, i quali si spartivano – con relativo tornaconto economico – le gare di appalto del comune, assegnate a imprenditori compiacenti che pagavano la tangente sia al boss che ai politici.

Le dichiarazioni di Carmine Peluso

È stato l’ex assessore Carmine Peluso a spiegare come il clan di Caivano e la politica locale si sarebbero spartiti gli appalti pubblici.

“La mia intenzione è fornire maggiori informazioni sulle attività illecite e sui rapporti tra il clan e la politica”, così ha esordito in un verbale del 25 gennaio Peluso, eletto consigliere comunale nel 2020 e poi nominato assessore.

Il “garante” tra imprenditori e clan

Secondo le accuse della Dda, guidata da Nicola Gratteri, Peluso era diventato il “garante” nelle relazioni tra gli imprenditori e il clan guidato da Antonio Angelino detto Tibiuccio: “Ero stato individuato come il perno principale, nel senso che avrei dovuto essere il portatore presso le ditte delle richieste del clan”.

L’ex assessore ha parlato anche del modus operandi: “La gara veniva bandita dopo che i lavori erano già stati effettuati ed era frutto di un accordo a monte tra me, Zampella e la ditta”.

Peluso ha ammesso di aver avuto vantaggi personali: “Facevo lavorare le ditte che volevo io e ciò mi giovava anche in termini di consenso elettorale. Poi mi veniva corrisposto denaro, da un minimo di 500 euro sino a 3mila euro da parte delle ditte”.

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