C’è un insospettabile dietro al colpo alla Credit Agricole di piazza Medaglie d’oro al Vomero. Ne sono convinti gli investigatori che in queste ore stanno verificando il tunnel scavato dai banditi per penetrare all’interno della filiale. Secondo quest’ultimi la ‘talpa’ sarebbe passato inosservato per mesi magari indossava una tuta da lavoro e avrebbe avuto il tempo e il modo di studiare l’ambiente. E’ stato questo il passaggio chiave che ha portato alla pianificazione del colpo andato in scena giovedi scorso. Il raid sarebbe stato messo a segno da otto o dieci persone divisi in gruppi, tre all’esterno mentre il resto lavorava nel tunnel. Il tutto in 45 minuti, il tempo di immobilizzare gli ostaggi per poi concentrarsi sulla sala dove erano presenti le cassette di sicurezza. L’inchiesta è condotta dal pubblico ministero Domenico Musto sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli.
L’auto all’esterno della banca
Il punto di partenza, però, è proprio ciò che non torna. A cominciare dall’auto trovata nei pressi della banca, una Alfa Romeo nera con targa falsa, “di carta”, esaminata centimetro per centimetro dai carabinieri e dai tecnici. È uno degli elementi più concreti lasciati sul terreno dai rapinatori, ma anche uno dei più ambigui. Perché immaginare una fuga in auto, in tarda mattinata, nel traffico cronico del Vomero sembra quasi un controsenso. Troppo visibile, troppo scomodo, troppo poco credibile per una banda che invece, su tutto il resto, sembra aver ragionato con precisione chirurgica. Più che una via di fuga, quella macchina potrebbe essere stata un appoggio, un depistaggio, o un falso indizio lasciato apposta. Anche sul numero dei rapinatori le versioni divergono. I testimoni parlano di pochi uomini, gli inquirenti di almeno cinque, altre ricostruzioni arrivano a nove o più. Il dato che emerge con maggiore costanza è questo: tre sarebbero entrati dall’ingresso principale con il volto coperto, mentre altri sarebbero sbucati da un buco praticato dal sottosuolo in un locale vicino al caveau. Una banda dunque divisa in almeno due gruppi, con compiti differenti: chi gestiva le persone presenti nella filiale e chi lavorava sulle cassette di sicurezza. Tutto con ruoli, tempi e obiettivi già assegnati.
La conferma del basista
A confermare la presenza di un ‘basista’ anche il modo in cui sono state aperte le cassette di sicurezza. I rapinatori hanno forzato le cassette dunque chi ha organizzato il colpo conosceva bene la disposizione interna. Se davvero, come emerge dagli appunti e dai racconti raccolti sul posto, alcune cassette erano state trasferite di recente da un’altra filiale e sistemate in modo più esposto nel caveau, allora il tema del basista diventa inevitabile. Non una certezza, ma una domanda investigativa robusta: qualcuno ha fornito informazioni utili sulla nuova collocazione delle cassette e sulla vulnerabilità dell’anticamera del caveau? La stessa Procura, del resto, non esclude la presenza di un basista.

