E’ conosciuto alle cronache perchè ‘voleva pittare Napoli di bianco’. Nelle ultime ore per Vincenzo Criscuolo, narcos di Capodimonte soprannominato ‘Pekib’, si sono riaperte le porte del carcere nonostante una condanna definitiva con fine pena fissato al 2052. Il tribunale di Sorveglianza dell’Aquila ha infatti disposto che Criscuolo possa disporre degli arresti domiciliari in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Accolta l’istanza presentata dal suo legale, l’avvocato Domenico Dello Iacono, riuscito ad ottenere l’attenuazione della misura cautelare per il suo assistito. Criscuolo deve scontare la pena di 13 anni e 8 mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti, commessi a Napoli tra il 2014 e il 2019 per reati in materia di droga. Oltre a questo a suo carico vi è un’altra condanna a otto anni relativa al periodo in cui era vicino ad ambienti del clan Mauro dei Miracolo.
La vicenda di Vincenzo Criscuolo ‘Pekib’
Criscuolo balzò all’onore delle cronache nel 2021 quando ideò un astuto modo per introdurre in Italia la cocaina, ossia grazie ad un processo chimico con cui riusciva a trasformare il narcotico da solido a liquido e con esso impregnava dei capi di abbigliamento che venivano poi importati in Italia come se fossero normale vestiario indossato da quelli che nelle conversazioni definiva “i muli”. Con il sistema così congeniato in pratica i corrieri, giunti in Italia, si “svestivano” e con un procedimento chimico inverso lo stupefacente veniva riportato allo stato solido e destinato ad alimentare le piazze di spaccio napoletane. Criscuolo aveva rimediato una condanna a 20 anni di reclusione, sentenza severa proprio in ragione dell’innegabile ruolo apicale che gli veniva riconosciuto dalla Procura. Grazie alla strategia messa in campo da Dello Iacono, con una ordinanza emessa della sezione feriale del tribunale di Napoli, nell’agosto del 2023 gli erano stati riconosciuti gli arresti domiciliari fuori regione. Un risultato assolutamente sorprendente in considerazione del ruolo dirigenziale rivestito da Criscuolo nell’organizzazione in cui era ritenuto a capo. In sintesi la strategia difensiva risultò vincente perché mirava con successo a contestare tutti gli elementi di indagine dai quale si era desunto non solo il pericolo di fuga ma anche, e soprattutto, il pericolo di reiterazione dei reati, ricavabile dal complesso reticolo di contatti dei quali Criscuolo aveva mostrato di godere e che gli avevano consentito di fare arrivare in città lo stupefacente chimicamente modificato.
