Si sviluppa tra arresti, sequestri milionari e decisioni del tribunale del Riesame l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli sulla fazione Zagaria del clan dei Casalesi. Un’indagine ampia, avviata nel 2019, che ha portato a un duro colpo contro l’organizzazione, ma anche a importanti sviluppi giudiziari nelle ultime ore.
Il tribunale del Riesame ha disposto la scarcerazione di Giovanni Riccio, inizialmente accusato di associazione mafiosa (articolo 416 bis del codice penale), e di Giacomo Penna, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio. Entrambi. difesi dall’avvocato Mario Griffo, sono originari di Melito. La decisione rappresenta un primo esito significativo nella fase di revisione delle misure cautelari.
Il blitz: 23 arresti e un’organizzazione radicata
Sono complessivamente 23 le persone arrestate nel corso dell’operazione condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Caserta e dal Ros, su coordinamento della Dda di Napoli. Il gip del Tribunale di Napoli ha disposto la custodia cautelare in carcere per 19 indagati, mentre per altri 4 sono stati concessi gli arresti domiciliari.
Al centro dell’inchiesta, la riorganizzazione della fazione Zagaria, ritenuta ancora operativa nonostante le vicende giudiziarie che hanno colpito i vertici storici del clan. Secondo gli investigatori, la gestione sarebbe stata affidata ai fratelli del capoclan Michele Zagaria, attualmente liberi, con il supporto di un nipote che, dopo la scarcerazione nel 2019, si sarebbe trasferito all’estero per seguire gli interessi economici dell’organizzazione.
Le indagini hanno documentato l’esistenza di una struttura ben articolata, con una frangia armata impegnata in attività di estorsione, usura e traffico di droga. Tra i settori sotto il controllo del clan figurano anche le compravendite immobiliari e la gestione delle slot machine, ritenute una fonte stabile di introiti. In particolare, gli imprenditori sarebbero stati costretti a versare somme ingenti – tra i 15mila e i 125mila euro – per ottenere il via libera nelle transazioni commerciali. Diversi esercizi commerciali sarebbero stati utilizzati come basi operative per pianificare le attività illecite.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta riguarda il riciclaggio dei capitali. Gli investigatori hanno accertato l’esistenza di una “cassa comune” del clan, utilizzata per reinvestire i proventi illeciti in attività apparentemente legali, tra cui società di autonoleggio e imprese nel settore dei rifiuti.
Parte dei fondi sarebbe stata trasferita all’estero, in particolare in Spagna, attraverso società riconducibili al nipote del capoclan, con operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio finalizzate a eludere i controlli patrimoniali.
L’inchiesta ha inoltre documentato rapporti con esponenti della criminalità organizzata calabrese, in particolare della provincia di Reggio Calabria. Questi contatti avrebbero garantito al clan forniture costanti di sostanze stupefacenti, soprattutto cocaina, consentendo di rafforzare la presenza sul mercato locale, anche in aree sensibili come Caivano. L’indagine resta aperta e nei prossimi giorni sono attesi ulteriori sviluppi, soprattutto sul fronte delle posizioni degli indagati e delle eventuali nuove decisioni del tribunale del riesame.

