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«Dovevano morire», due ras della Vanella nel mirino dei boss

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Erano finiti nel mirino dei vertici della Vanella Grassi. Un particolare emerso nell’ultima ordinanza che ha scompaginato il nuovo corso del clan. A raccontarlo è stato Luigi Esposito, fratello di quel Camillo ucciso in un negozio da barbiere. Secondo il collaboratore di giustizia Fabio Iazzetta avrebbe prima ricevuto l’investitura dai vertici del clan per poi finire nel mirino di quest’ultimi. Il ‘nuovo corso’ sarebbe stato inaugurato da una videochiamata avvenuta al rione Berlingieri. Dall’altro lato dello schermo vi era Salvatore Petriccione Junior, che parlava da una cella. Fului a dare l’investitura ufficiale a Iazzetta: «State uniti, non è rimasto nessuno fuori con il cognome (Petriccione, ndr)». Iazzetta divenne il reggente, incaricato di gestire la cassa e il territorio. Esposito racconta di una frattura insanabile nata per ragioni banali: un prestito negato. Dopo aver dilapidato somme ingenti in scommesse, i fratelli Esposito avrebbero chiesto a Iazzetta 300 euro per il noleggio di un’auto. Il rifiuto del reggente, arrivato davanti a tutti, venne vissuto come un’umiliazione imperdonabile. «Volevamo uccidere Iazzetta e Luigi Rosas», confessa il pentito. Il piano era già in fase avanzata, tanto da aver ricevuto il “placet” da un altro boss detenuto, Alessio Angrisano, che tramite un intermediario avrebbe dato il via libera: “Potete farlo”. Solo l’omicidio di Camillo Esposito e la successiva scelta di Luigi di passare dalla parte dello Stato fecero declinare il piano.

L’articolo precedente. La rapina ai corrieri calabresi

È il 18 aprile 2023, martedì. Ora di pranzo. Due auto arrivano a Casavatore, un’Audi RS Q3 scura con targa tedesca e una vecchia Fiat Bravo grigia, sporca di terra. A bordo, come ricostruito dagli inquirenti, ci sono i tre corrieri calabresi quelli cioè incaricati di consegnare 20 chili di cocaina. Quello che non sanno i tre calabresi è che qualcuno li sta aspettando, e non sono i destinatari del carico ma chi, invece, glielo vuole sottrarre con la violenza.Un atto impensabile. Secondo la ricostruzione emersa dall’ordinanza del gip di Napoli, la trappola è già pronta. I tre corrieri calabresi vengono agganciati e condotti in una strada al confine con Napoli. Lì scatta l’agguato: alcuni uomini armati li costringono a scendere dalle vetture sotto la minaccia di una pistola calibro 38 e di una 9 corto. Le armi vengono puntate contro di loro, mentre altri componenti del gruppo si fanno indicare dove è nascosto il carico. Il colpaccio dei napoletani a danno dei corrieri calabresi si consuma in pochi minuti, il tempo necessario di individuare i 20 “pacchi” da un chilo ciascuno e portarli via. Secondo quanto ricostruito tutto sarebbe partito da Simone Bartiromo alias “Jet”, già noto trafficante con base a Barcellona. Lui – secondo l’accusa – avrebbe contattato Gaetano Angrisano allora latitante e ritenuto al vertice del clan attraverso telefoni criptati. «Stanno arrivando 20 pacchi», gli avrebbe detto. Poi l’indicazione esplicita: «Fagli fare una rapina». Angrisano sarebbe rimasto sorpreso all’inizio, poi avrebbe dato il via libera all’operazione.

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