Neonata gettata in un canalone: mamma arrestata dopo 21 anni

E’ stata condannata per infanticidio a distanza di 21 anni dal ritrovamento del corpo di una neonata in un canalone. La condanna è diventata definitiva dopo il verdetto della Cassazione. A.I., 47enne, dovrà scontare 11 anni di reclusione a fronte dei 14 decisi in primo grado. L’indulto ha scontato tre anni dal computo totale dei termini detentivi. L’episodio si verificò nel 2000 quando fu rinvenuto il corpo senza vita di una neonata, lungo un torrente della contrada di Ripamorta, nella periferia di Benevento, sulla strada che conduce a Pietrelcina. La donna è difesa dall’avvocato Grazia Sparandeo, che aveva anche chiesto una perizia psichiatrica per la sua assistita.

La 47enne si è sempre detta innocente e ha formato, successivamente all’infanticidio che le viene contestato, una famiglia essendosi sposata nel 2004oggi ha altri due figli. Sin dal processo di primo grado ha ribadito l’estraneità alle accuse contestategli. La vicenda ha avuto inizio nell’aprile del 2000 alla periferia del capoluogo. L’autopsia, fatta dal medico legale Fernando Panarese, aveva accertato che la bambina era nata viva e che era morta a causa della frattura del cranio. Il corpicino era finito contro un scalino in cemento.

Neonata uccisa: le indagini

Le indagini fatte all’epoca non portarono ad alcun risultato nonostante gli interrogatori di gran parte degli abitanti della contrada. Mesi di accertamenti ma nessuna traccia della donna che aveva partorito la bambina trovata morta. Nessuno nella contrada si era accorto della presenza di una donna in attesa di un figlio. Successivamente soltanto nel 2011, a una distanza di undici anni dal ritrovamento del corpicino, il sostituto procuratore della Repubblica Marcella Pizzillo, dopo alcune dichiarazioni rese da una parente della donna, poi imputata per l’infanticidio, decise di riaprire le indagini. Gli inquirenti della polizia giudiziaria della Procura ritennero le indicazioni della teste valide anche perché gli inquirenti trovarono alcuni riscontri, che resero le dichiarazioni degne di attenzione.

Inoltre il medico legale Panarese, nel fare l’autopsia sul corpicino della neonata, aveva conservato, tra i reperti, anche gli elementi dell’accertamento del Dna in vista di una ipotetica svolta delle indagini. Bastò allora confrontare il Dna della donna con quella della bambina morta per avere un ulteriore elemento. Acquisiti tutti questi elementi la Procura di Benevento chiese l’arresto della donna che non venne però concesso dal Gip Roberto Melone, che non aveva ritenuti gli elementi tali da far scattare la detenzione. La Procura aveva presentato ricorso contro il parere del Gip ma successivamente anche il Tribunale del Riesame di Napoli disse no all’arresto.

Il procedimento è andato avanti e nel 2013 c’è stato il rinvio a giudizio della donna da parte del Gup Maria di Carlo. Quindi i due processi, di primo e secondo grado e il ricorso in Cassazione respinto che ha fatto diventare definitivo quel verdetto. Poi è scattato l’arresto.

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