“In queste ore stiamo vivendo un incubo: ci stanno chiamando i nostri amici dagli Stati Uniti, i nostri familiari, le persone che ci conoscono da anni. Tutti ci chiedono cosa stia succedendo, perché leggono sui giornali cose terribili su Carlo e sulla nostra famiglia”. A parlare è Carina Petrillo, moglie di Carlo Petrillo, 43 anni, considerato dagli inquirenti il referente del clan camorristico Belforte, fermato lo scorso 16 dicembre negli Usa da dove l’altro ieri è stato estradato.
La donna, affidaandosi a una nota diffusa dai suoi avvocati, Salvatore del Giudice e Raffaella Lauricella, racconta la sua storia e quella di suo marito: “Io sono una cittadina americana. Carlo si è trasferito negli Stati Uniti nel 2008, molto prima della condanna di cui oggi parlano i giornali, e di cui non sapeva nulla. Ci siamo sposati nel 2009 e da allora abbiamo costruito insieme la nostra vita. Abbiamo cinque figli, oggi di 15, 14 anni e più piccoli, tutti cittadini americani. In America Carlo non si è mai nascosto, non ne avrebbe avuto ragione. Ha sempre vissuto con il suo nome e cognome, alla luce del sole. Ha iniziato lavorando nella ristorazione, ha fatto la gavetta e con il tempo è diventato un imprenditore. Gestiva la nostra pizzeria e altre attività assolutamente lecite. La nostra è sempre stata una vita fatta di lavoro, sacrifici e rispetto della comunità in cui viviamo”.
“Per questo – spiega – leggere oggi che Carlo sarebbe un latitante o un mafioso è ingiusto. Carlo non è un mafioso e non lo è mai stato. I nostri avvocati, Salvatore del Giudice, Raffaella Lauricella, presenteranno ricorso presso tutte le corti competenti, in Italia ed in Europa per ristabilire la verità. Io credo nella giustizia italiana ed americana: sono certa che la verità emergerà”.
“Chiedo solo rispetto per la nostra famiglia – conclude –, soprattutto per i nostri figli. Anche loro sono venuti in Italia perché vogliono stare accanto al loro padre in questo momento così difficile. Vi chiedo soltanto una cosa: lasciateci la pace e la serenità per affrontare tutto questo. Lasciamo che a parlare siano i Tribunali e le leggi”.

