Violenze in carcere, l'intervista al garante dei detenuti Mauro Palma:
Violenze in carcere, l'intervista al garante dei detenuti Mauro Palma: "I responsabili vanno puniti"

Le violenze ai danni dei detenuti al carcere di Santa Maria Capua Vetere perpetuata dagli agenti di Polizia penitenziaria sono “un vaso di pandora la cui rilevanza non va sottovalutata”.  A dirlo il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, intervenuto giovedì pomeriggio all’Aula Magna della Federico II alla presentazione del libro di Antonio Mattone sull’omicidio di Giuseppe Salvia,il vice direttore del carcere di Poggioreale, ora intitolato a lui, ucciso per volere del capo della Nco Raffaele Cutolo. Ci sono contro, aggiunge il garante “le due rappresentazioni delle singole mele marce e quella totalizzante di tutto il sistema. Quello che mi preoccupa è un tipo di cultura che ho definito un po’ del gruppo, del branco, che agisce in certi casi e in cui le persone dimenticano di essere parte dello stato e delle istituzioni e si rappresentano come parte simmetrica della popolazione detenuta in cui farla pagare, un po’ come due tifoserie”.

Palma ricorda: “Da un lato c’è la storia giudiziaria che finirà come la magistratura accerterà, non intervengo su quella ma mi sembra che la magistratura stia procedendo adeguatamente. Dall’altro lato c’è la riflessione che deve fare l’amministrazione penitenziaria, soprattutto perché certe cose sono avvenute e perché in qualche modo si rischia di far diventare quelle cose come emblematiche di tutto il sistema penitenziario. forse se si affrontano queste situazioni in tempi rapidi si evita l’effetto boomerang che le fanno diventare come indicative di una prassi che sembra essere una prassi quotidiana”.

Pochi giorno dopo i fatti, nell’aprile del 2020, il garante nazionale si è recato al carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere. “Non andrò oggi, credo sia però doveroso andare soprattutto per rassicurare le tante persone che lavorano lì e hanno bisogno di sentirsi anche appoggiati in una ripresa non semplice. Senza nulla togliere alla necessità di punire le persone responsabili, le persone hanno anche bisogno nel loro lavoro di sentirsi appoggiate. Il 16 aprile – svela il garante-ero venuto a Santa Maria Capua Vetere, avevo comunicato con la magistratura di sorveglianza, con la procura e via dicendo per cui ci possono essere altre situazioni, se si hanno prove o elementi indicativi vanno affidati alla magistratura, sennò è bene essere abbastanza cauti”.

Sull’opportunità di rendere riconoscibili gli agenti in divisa a maggior ragione dopo la vicenda che vede 150 indagati, il garante Palma commenta così: “Questo è un elemento di preoccupazione. Tra pochi giorni sarò a Genova per i 20 anni di Genova, anche lì il problema dell’identificazione l’avevo sollevato 20 anni fa e continuo a sollevarlo. C’è una necessità che le forze di polizia agiscano in maniera riconoscibile, che non significa la riconoscibilità del singolo perché poi si pongono anche questioni di tipo civile, riverberarsi contro il singolo distruggendo delle vite. significa la riconoscibilità della micro organizzazione di appartenenza. A me basta questo. Le persone lavorano in piccoli gruppi, nessuno vuole rovinare la vita delle persone, ma penso che sia una sconfitta quando una procura archivia un’indagine o la fa parziale perché dice che gli altri non sono riuscito a identificarli,è una sconfitta complessiva anche nostra”. Ancora sulla visita di Salvini al carcere di Santa Maria”

“La politica spesso cavalca questo in un modo o nell’altro, ieri mattina il senatore Salvini è venuto a trovare me nella mia sede, qualche dichiarazione di qualche mese fa ero il garante dei delinquenti. Ieri  abbiamo avuto devo dire un ottimo colloquio, abbiamo parlato dei problemi perché noi dobbiamo fare un lavoro di democrazia, di depurare questi temi che attengono ai diritti fondamentali delle persone, anche di chi ha sbagliato e necessariamente deve seguire una pena, ma dobbiamo depurare da ideologismo. In carcere può esserci anche una necessità di un uso della forza, ma dev’essere fatto professionale controllato documentato e quando è una misura di estrema necessità. quelle cose che ho visto non hanno nessuna di queste caratteristiche. Diciamo che in generale la catena di comando si ha meglio quando agisce un corpo già strutturato, anche un corpo particolare, più speciale. Quando invece le persone sono raccolte da più istituti e senza una linea di comando in maniera precisa è molto più rischioso a me invece è sembrata la mancanza della catena di comando era la linea di una sorta di indicazione ma non di comando. In quei giorni chiesi che intervenissero i GOM, gruppo operativo mobile, perché oltre alla professionalità è comunque un corpo di cui io conosco le responsabilità e se uno sbaglia so con chi prenderla. se hai un corpo raccogliticcio tutto questo non lo vedo”.

Dunque casi isolati o prassi? Per il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma “né l’uno né l’altro, non è isolato perché io stesso in 15 procure mi sono presentato e fatto esposti, ma non direi che è una prassi comune. il corpo nella sua stragrande maggioranza agisce con grande professionalità e dedizione. non dimentichiamo che durante i periodi di chiusura del carcere sono persone che sono entrate ogni giorno e hanno assicurato in maniera simile come nei posti di sanità che l’istituzione funzionasse con regolarità. Quindi né isolata né prassi comune”. Infine sulla continua richiesta che arriva dai garanti locali di amnistia e indulto. “Io sono per risolvere le questioni con metodi strutturali e non improvvisi e in qualche modo destinati a durare poco. preferisco parlare di un meccanismo di riforma strutturale che di un provvedimento episodico”.

 

 

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