HomeCronacaOppido si difende: "Nessuno mi comunicò che il nuovo cuore fosse danneggiato"

Oppido si difende: “Nessuno mi comunicò che il nuovo cuore fosse danneggiato”

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«Nessuno ha comunicato al dottor Oppido che il cuore era danneggiato e non spettava a lui controllare. Inoltre, agli atti ci sono fotografie che attestano che il nuovo cuore era arrivato in sala operatoria alle 14.26 del 23 dicembre, mentre un video attesta che l’espianto al povero Domenico Caliendo è avvenuto alle 14.34». Il cardiochirurgo Guido Oppido ha presentato una difesa articolata sia sul piano tecnico che su quello sostanziale, basata su elementi clinici e documentali, per replicare alle accuse – in particolare quella di falso nella cartella clinica – e scongiurare la sospensione dall’attività professionale richiesta dalla Procura di Napoli.

L’interrogatorio preventivo, durato circa tre ore e mezza, si è svolto ieri. Oppido, assistito dagli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge, è coinvolto nell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino deceduto il 21 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli in seguito a un trapianto cardiaco non riuscito. I magistrati – il pm Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci – hanno avanzato richiesta di misura interdittiva nei suoi confronti. Secondo quanto emerso dalle indagini, il cuore destinato al trapianto sarebbe stato trasportato da Bolzano a Napoli in un contenitore isotermico obsoleto e con un uso scorretto di ghiaccio secco, che avrebbe causato un parziale congelamento del tessuto cardiaco. «Nessuno lo aveva comunicato» hanno ribadito i legali del medico.

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Nel corso dell’interrogatorio, Oppido ha fornito una propria ricostruzione delle tempistiche dell’intervento: «il cuore è stato espiantato 8 minuti dopo l’arrivo del nuovo organo in sala operatoria, che invece è stato controllato solo 12 minuti dopo il suo arrivo». Secondo la difesa, questi intervalli temporali risultano cruciali sia per comprendere quanto accaduto sia per valutare la fondatezza delle accuse, finora basate su testimonianze e documentazione sanitaria. Particolare attenzione è stata posta sulla cartella CEC, compilata dai perfusionisti per registrare i parametri della circolazione extracorporea. In essa, il momento del clampaggio dell’aorta – considerato il punto di non ritorno – risulta fissato alle 14.18. Tuttavia, tale dato è stato contestato dalla difesa.

«Sul piano documentale, nella cartella CEC, quando hanno inizio la circolazione extracorporea e il clampaggio dell’aorta, non può esistere una pressione sistolica e diastolica come invece appare successivamente» hanno spiegato i legali. In sostanza, una volta chiusa l’aorta per procedere all’espianto del cuore malato, non sarebbe più possibile rilevare pressione e battito, mentre tali valori risultano comunque annotati. A supporto della propria versione, la difesa richiama anche materiali video e fotografici forniti da testimoni presenti in sala operatoria: «Nel video il cuore alle 14.34 dimostra un’attività pulsatile molto significativa che, dal punto di vista scientifico, a nostro avviso testimonia che il clampaggio dell’aorta è avvenuto 8 minuti dopo l’arrivo dell’organo del donatore».

Nella stessa giornata è stata ascoltata anche la seconda operatrice, Emma Bergonzoni, che ha invece ribadito la correttezza della cartella clinica. L’inchiesta per omicidio colposo coinvolge complessivamente altre cinque persone. Intanto, la famiglia del piccolo Domenico ha fatto sapere che non prenderà parte alla cerimonia commemorativa prevista presso l’ospedale Monaldi, durante la quale verrà piantato un ulivo in sua memoria. «Pur apprezzando l’iniziativa – comunicano i Caliendo – ci riserviamo l’opportunità di ulteriori incontri con lo staff dell’Azienda Ospedaliera dei Colli solo dopo l’8 aprile, quando l’avvocato Francesco Petruzzi incontrerà i vertici del Monaldi». In quella data è previsto anche un confronto sulla richiesta di risarcimento pari a tre milioni di euro avanzata dalla famiglia.

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