La Diocesi di Aversa interviene ufficialmente dopo le polemiche seguite alla presenza del sacerdote Michele Mottola alla celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo, svoltasi nella Chiesa Cattedrale e presieduta dal vescovo Angelo Spinillo.
Una partecipazione che ha suscitato forti reazioni, innescate da un intervento pubblico dell’avvocato Sergio Cavaliere, che aveva duramente criticato quella che ha definito una “esposizione pubblica” di un sacerdote condannato per abusi sessuali su minori.
Prete condannato per abusi su minori torna in chiesa ad Aversa, scoppia la polemica con la Diocesi
In una nota diffusa nelle ultime ore, la Diocesi chiarisce innanzitutto alcuni passaggi ritenuti inesatti. In particolare, viene precisato che la denuncia dei fatti che don Michele Mottola ammise pubblicamente, partì, all’epoca dalla stessa Diocesi, poi intervennero gli organi di informazione. La Curia sottolinea inoltre che il sacerdote ha espiato le pene inflittegli sia dal Tribunale dello Stato sia dal Tribunale ecclesiastico.
Quanto alla presenza in cattedrale, la Diocesi ribadisce che su Mottola grava tuttora un decreto vescovile che gli impone restrizioni stringenti, escludendolo dall’esercizio del ministero sacerdotale e dalla partecipazione a eventi pubblici. La partecipazione alla celebrazione giubilare viene definita “eccezionale” e motivata da una prospettiva di penitenza e redenzione, richiamata anche – si legge – dai principi costituzionali. «La possibilità concessa non annulla le restrizioni», precisa la nota, assicurando che l’attenzione verso la prevenzione di eventuali abusi resta massima e che la Diocesi continua a tutelare le persone vittime e coinvolte. Contestualmente, viene espressa stima verso i sacerdoti che quotidianamente svolgono il loro servizio con dedizione nelle comunità locali.
Non si è fatta attendere la replica dell’avvocato Cavaliere, che rivendica la legittimità delle proprie domande. Secondo il legale, dalla vicenda emergerebbero punti ancora oscuri: dalla natura delle sanzioni canoniche inflitte, alla mancata riduzione allo stato laicale, fino alle modalità concrete della “massima vigilanza” annunciata dalla Diocesi. Cavaliere contesta inoltre la ricostruzione sull’emersione del caso, ribadendo il ruolo decisivo delle inchieste giornalistiche nel portare alla luce la vicenda.
Una polemica che continua a interrogare la Chiesa locale e l’opinione pubblica su trasparenza, responsabilità e limiti tra perdono, giustizia e tutela delle vittime.

