La Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di dieci persone ritenute, a vario titolo, legate al clan Mallardo, storico gruppo camorristico operante nell’area giuglianese e tra i fondatori dell’Alleanza di Secondigliano.
L’inchiesta, condotta dai carabinieri della compagnia di Giugliano in Campania e coordinata dalla Dda partenopea, aveva già portato lo scorso 6 novembre all’esecuzione di sei misure cautelari. Ora, al termine delle attività investigative, gli atti sono stati depositati presso la segreteria del pubblico ministero: gli indagati e i rispettivi difensori potranno prenderne visione ed estrarne copia. Entro venti giorni dalla notifica dell’avviso, avranno facoltà di presentare memorie, produrre documenti, chiedere ulteriori atti d’indagine, rendere dichiarazioni o sottoporsi a interrogatorio.
I nomi e le accuse
I destinatari del provvedimento sono Alfredo Lama, Carmine Cerqua, Giuseppe D’Alterio, Roberto Corona, Gennaro Ronga, Giuseppe Sacco, Giovanna D’Agostino, Ivan Falcone Emanuele Piscopo e Pietro Tortorelli. I reati contestati – da ritenersi in questa fase come ipotesi accusatorie e nel rispetto della presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva – vanno, a seconda delle singole posizioni, dall’associazione di tipo mafioso all’estorsione, fino alla detenzione e porto illegale di armi.
Per Giuseppe Sacco, in considerazione dell’età avanzata, il gip aveva disposto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e divieto di comunicazione con persone estranee al nucleo familiare.
Nel collegio difensivo gli avvocati Antonio Giuliano Russo, Gian Paolo Schettino, Luigi Poziello, Alessandro Caserta, Vincenzo Giordano, Domenico dello Iacono e Annarita Formicola.
La struttura del gruppo
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Pietro Tortorelli sarebbe stato il capo e organizzatore del gruppo operativo nella cosiddetta “fascia costiera”, tra Varcaturo e Lago Patria. Avrebbe tenuto i rapporti con i vertici del clan a Giugliano, curato la contabilità delle attività illecite e l’elenco degli affiliati destinatari della “mesata”, impartendo direttive e intervenendo personalmente in azioni intimidatorie.
Emanuele Piscopo sarebbe stato considerato il suo stretto collaboratore e uomo di fiducia, con il compito di distribuire gli stipendi agli affiliati, individuare i cantieri da sottoporre a estorsione e organizzare le attività illecite, partecipando anche ad atti intimidatori.
Roberto Corona avrebbe affiancato Piscopo nella consegna del denaro agli affiliati, preso parte alle estorsioni, accompagnato Tortorelli a riunioni con esponenti di altri gruppi criminali e detenuto le armi del sodalizio.
A Gennaro Ronga, Carmine Cerqua, Giuseppe D’Alterio e Alfredo Lama vengono contestati ruoli operativi nelle richieste estorsive e nelle azioni intimidatorie, in particolare ai danni di cantieri edili nella zona di Lago Patria. Giuseppe Sacco, secondo l’accusa, sarebbe stato impiegato nell’attività estorsiva nell’area Varcaturo–Lago Patria, percependo lo “stipendio” del clan anche durante un periodo di detenzione.
Le estorsioni e la “cassa comune”
Cuore dell’indagine sono diversi episodi di “pizzo” ai danni di imprenditori e commercianti del territorio. Tra questi, un’estorsione contestata ai danni del titolare di una nota pizzeria di Giugliano in Campania: secondo l’accusa, dopo aver intimato a un dipendente di non aprire il locale, gli indagati si sarebbero rivolti al gestore che, dopo un iniziale rifiuto, sarebbe stato costretto a consegnare 7.500 euro in seguito a un violento pestaggio.
In altri casi, le vittime sarebbero state minacciate anche con armi da fuoco. Il denaro raccolto confluiva, sempre secondo gli investigatori, in una cassa comune per poi essere redistribuito mensilmente agli affiliati e alle famiglie dei detenuti, con consegne effettuate casa per casa.
Gli indagati avrebbero individuato le attività da colpire sulla base di una vera e propria mappatura del territorio di Giugliano. In un’occasione, riferiscono gli atti, avrebbero rinunciato a un’estorsione perché l’obiettivo era “troppo vicino alla caserma”.
I racconti e gli altri episodi
Nell’inchiesta compare anche il racconto di un collaboratore di giustizia, secondo il quale Roberto Corona avrebbe rivendicato l’appartenenza al clan affermando: «Questa è la famiglia mia, sto con i Mallardo. Quelli della Masseria e i Mallardo sono una sola cosa».
Tra gli episodi ricostruiti, anche una partita di “zicchinetto”, gioco d’azzardo con carte napoletane, durante la quale l’organizzatore avrebbe prestato ingenti somme di denaro a un partecipante che, continuando a perdere, avrebbe accumulato debiti fino a 140mila euro.
Con la chiusura delle indagini preliminari si apre ora la fase che precede l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Sarà il giudice, all’esito del contraddittorio tra accusa e difesa, a valutare la fondatezza delle contestazioni.


