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Raid contro Luca “Il Sole di Notte” a Sant’Antimo, condanna soft per gli Orefice

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Nessun tentato omicidio. Il reato derubricato in lesioni ed esclusa la premeditazione. Questa la decisione del gip di Napoli per il ras del clan Pezzella Michele Orefice, suo figlio Luigi e Pietro D’Angelo accusati degli spari contro il tiktoker Luca Di Stefano, titolare della ristopescheria ‘Il sole di notte’ a Sant’Antimo.

Accolta dunque, come già in sede di Riesame, la linea della difesa costituita dagli avvocati Leopoldo Perone, Domenico Dello Iacono e Antonio Mormile, riqualificando l’iniziale ipotesi di tentato omicidio in quello di lesioni. Esclusa la premeditazione. Il boss, ritenuto mandante del raid, ha incassato 4 anni a fronte di una richiesta iniziale di otto anni: Michele Orefice era difeso dagli avvocati Leopoldo Perone e Antonio Mormile. Rischiava otto anni anche Pietro D’Angelo e invece, difeso dagli avvocati Leopoldo Perone e Domenico Dello Iacono, ne ha incassati 5 anni e sei mesi. Luigi Orefice invece è stato condannato a 5 anni e otto mesi.

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Era il luglio scorso quando il famoso pescivendolo tiktoker fu centrato di striscio da colpi di arma da fuoco quando due uomini, pistole alla mano, entrarono nel suo locale esplodendogli contro alcuni colpi. Da brividi le motivazioni dietro quel gesto: Michele Orefice, padre di Luigi, da tempo in una relazione con una donna, avrebbe saputo dal figlio che quest’ultima continuava ad avere contatti con il suo ex fidanzato, Luca Di Stefano, cosa che scatenava la sua ira al punto da interrompere immediatamente la relazione extraconiugale con la donna in questione.

Inoltre, programmava un’efferata azione punitiva nei confronti della donna e del suo presunto amante per vendicare l’affronto subito con metodi da “boss”. Significativo il passaggio con cui il boss demanda al figlio il ‘lavoro’: la frase più eclatante è riferita alla brutalità dell’azione da compiere ai danni dell’uomo, che deve essere molto cruenta dicendo testualmente al figlio: “Luigi fernut!”, tipica espressione criminale dialettale con la quale si lascia intendere che l’azione deve essere portata a termine con inaudita ferocia.

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