Sfogli quelle pagine, leggi quella storia e sai che tra le mani non hai un libro qualsiasi. E’ questa la prima impressione di ‘Secondi a nessuno’, prima fatica letteraria di Vincenzo Strino, testo edito da Iod e primo della collana ‘cronisti scalzi’ dedicata alla memoria di Giancarlo Siani, giornalista ucciso per mano della camorra a 27 anni. Quello di Strino è innanzitutto un atto d’amore per il suo quartiere, Secondigliano, una presa di coscienza chiara e precisa di ciò che dovrebbe essere quest’area della città di Napoli per tanto, troppo tempo schiacciata dalla retorica e da una lettura legata a stereotipi letterari e cinematografici.

Larsec ovvero Laboratorio di Riscossa Secondiglianese

La storia di Vincenzo è quella dei ragazzi del Larsec, Laboratorio di Riscossa Secondiglianese, associazione nata nel 2014 e vero atto d’amore e di rivoluzione verso il riscatto di quei territori a cui certa politica continua a non dare peso. Un’associazione che fa dell’amore per il quartiere la sua ‘costituzione civile’ e protagonista di una rivoluzione gentile che sappia far emergere le enormi potenzialità di Secondigliano. Un quartiere dove le forze sane esistono e vogliono comunicare a gran voce che un futuro luminoso è possibile, un futuro da prendere con le proprie mani coltivandolo ogni giorno attraverso quei piccoli gesti rivoluzionari fatti nel quotidiani ma ispirati da un unico filo conduttore, l’amore incondizionato per un quartiere che merita di primeggiare. Secondi a nessuno è così titolo emblematico, manifesto di intenti di una nuova generazione che sa, che può e che vuole lottare per la rigenerazione del territorio. Questo è il messaggio lanciato da Vincenzo, esperto di strategie social nella società di comunicazione politica Spin Factor. Un messaggio positivo, ispirato alla voglia di costruire qualcosa di nuovo, di incidere realmente. Secondigliano come orgoglio e come riscatto morale di tanti giovani che possono toccare con le mani la rivoluzione che viene dal basso.

Secondigliano è?

Il posto in cui sono nato e cresciuto e in cui ho deciso che dovranno vivere i miei figli.

La tua esperienza nel Larsec è diventata un libro. Cosa ti ha spinto a raccontare cosa accade in questo quartiere per troppo tempo additato ed etichettato negativamente?

È stato Pasquale Testa di Iod che una sera di aprile 2020 mi telefonò per propormi di scriverne: “Visto che ti lamenti che tutti parlano di Scampia e mai di Secondigliano, perché non lo fai tu?”. Sono rimasto un mese e mezzo senza scrivere nulla, poi ho capito che dovevo aprire il cuore. A settembre il libro era finito.

Quanto è distante la periferia dal centro della città? Distanza solo geografica o anche culturale e sociale?

Questa parte di periferia è più distante dal centro che da Milano. È un paradosso incredibile che ogni volta fa strabuzzare gli occhi di chi mi ascolta. In pratica, nel nostro territorio abbiamo l’aeroporto di Capodichino e zero metro, zero tram, zero piste ciclabili. C’è una sola linea di bus che fa stazionamento nell’intero territorio di 50mila abitanti.

Tra poco si vota per le amministrative, un cittadino di Secondigliano come valuta questi ultimi anni di gestione cittadina?

Quale gestione? Scherzo, ma neanche troppo! In questi anni la politica ai cittadini ha dato più giustificazioni che risposte concrete. Resto però dell’idea che non bisogna né rassegnarsi, né aspettare che arrivino i salvatori della patria. A livello mondiale siamo all’alba di un nuovo umanesimo, è tempo che il cittadino torni a prendersi cura di ciò che ha intorno

Il Larsec si è contraddistinto per un impegno a 360° sul territorio. In cosa sono mancate le istituzioni negli ultimi anni?

Nella presenza. Lo scrivo anche nel libro. Una comunità ha bisogno di una presenza costante per poter crescere nel migliore dei modi. Nell’ultimo anno, invece, grazie al lavoro del Vice Questore Raffaele Esposito e dei suoi uomini, posso dire che avverto maggiore fiducia nei cittadini.

Non credi che negli ultimi tempi la periferia si sia sentita ancora più emarginata perché di fatto governata da chi non ha compreso che è dal basso che bisogna ripartire, da quella rivoluzione gentile tratteggiata nel tuo libro?

La periferia è emarginata a priori, altrimenti non sarebbe tale. La rivoluzione declamata da qualcuno è rimasta nei cuori di pochi irriducibili e nulla più. Una periferia come quella in cui vivo ha bisogno innanzitutto di una visione che duri di più di una campagna elettorale. Prima quella, poi si passa a ricostruire la comunità distrutta dalla faida di camorra.

Secondigliano presto avrà la fermata della metropolitana. Negli ultimi tempi nella vicina Miano è sorto un centro commerciale. Siamo a pochi passi dall’aeroporto ma ad una distanza siderale se si vuole arrivare al centro. Cosa bisognerebbe fare per cambiare questa situazione?

Fare in modo che i cittadini agiscano in modo univoco e pressante nei confronti di chi prende decisioni. Alcune periferie lo sono un po’ di meno da quando i cittadini hanno cominciato ad organizzarsi autonomamente. La visione di cui parlavo prima non andrebbe decisa da altri, ma dovremmo essere noi a decidere come vogliamo che diventi questo territorio nei prossimi 10 anni. Vogliamo che resti appiccicata l’etichetta di zona degradata e pericolosa o vogliamo iniziare a pianificare un futuro migliore? Secondo me ne abbiamo il diritto e soprattutto le qualità per farlo.

Hai conosciuto e conosci tanti ragazzi. Alcuni purtroppo hanno abbracciato la strada della malavita altri hanno deciso di prendere in mano il loro destino. Quante potenzialità hanno i giovani di questo territorio? Cosa significa venire da Secondigliano?

Mi limito a parlare della mia generazione e dico che al momento ci sono eccellenze nazionali che si distinguono nel loro settore professionale. Mi vengono in mente Davide Civitiello, campione del mondo dei pizzaioli, l’attore Antonio Orefice, l’osservatore del Benevento, Salvatore Nardi, il rapper PeppOh, il giudice di sorveglianza Marco Puglia, l’imprenditore Roberto Mendone. Sicuramente ne sto scordando tantissimi altri e me ne scuso, ma parliamo di ragazze e ragazzi dal valore assoluto che hanno vissuto la faida durante la loro adolescenza e questo li ha resi certamente più consapevoli dello spazio che volevano ritagliarsi nel mondo.

La pandemia ha accentuato le ferite degli strati economicamente più fragili del quartiere. Eppure anche durante quel periodo voi del Larsec avete continuata a lavorare per il prossimo. Come ne è uscito e come ne esce il quartiere da quel periodo? 

Le disparità si sono accentuate ulteriormente. Chi prima arrivava a stento a fine mese, adesso annaspa in mezzo a mille difficoltà che si sono sopraggiunte a quelle che già affrontava prima. Non è un momento facile. Di fronte a tutto questo noi del Larsec ci saremo sempre, con tutti i nostri limiti e le nostre pochissime risorse.

Il titolo del tuo libro è emblematico, ‘Secondi a nessuno’: ciò significa che la voglia di continuare a sognare è ancora viva. Come dovrebbe essere la Secondigliano che sogna Vincenzo Strino?

Per rispondere devo raccontare un aneddoto. Alla fine del ‘700 in Campania ci fu un terremoto che portò alla distruzione del campanile del complesso dei Santi Cosma e Damiano, la chiesa madre del quartiere. In quel momento, davanti allo sconforto e allo spavento, la comunità secondiglianese organizzò una raccolta fondi per ricostruire quel simbolo. E furono i primi in Italia.  La Secondigliano che vorrei è una Secondigliano che torna ad essere comunità dopo un grave trauma come la faida di camorra. Magari questa volta non ci sarà un campanile da ricostruire, ma la mentalità di un intero quartiere. E su questo sono molto fiducioso.

 

 

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