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ANCORA FAIDA, UCCISO INCENSURATO
Capodimonte, la cronaca di Elio Scribani

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NAPOLI. Il corpo è disteso dietro il bancone di un negozio, cinque colpi di pistola calibro nove al tronco e alla testa, uno gli ha sfigurato il volto. L’uomo si chiamava Attilio Romanò, 30 anni a marzo, incensurato senza ombre, commesso in una rivendita di computers e telefoni cellulari al civico 24 di via Napoli Capodimonte, territorio di Secondigliano, confine con Miano e Scampia. Faida, dunque. Mille dubbi, però. Uno su tutti: e se fosse un errore di persona? Gli assassini potrebbero aver sbagliato obiettivo o, peggio, colpito alla cieca uccidendo un innocente. I carabinieri del nucleo operativo, coordinati dal Pm Luigi Cannavale, hanno a lungo interrogato il titolare del negozio in cui lavorava Romanò. Si tratta di Salvatore Luise, 33 anni, anch’egli incensurato, ma legato da vincoli di parentela con Rosario Pariante, il boss di Bacoli considerato tra gli alleati più fedeli degli «scissionisti» del clan Di Lauro. Non solo. Luise si sarebbe a anche recato più volte in carcere per parlare con il boss detenuto. Nessuna macchia è emersa nel passato di Attilio Romanò. Quando gli hanno sparato, il giovane era come sempre dietro il bancone. Lavorava al computer. Poco dopo le 13, strada affollata, pioggia battente, negozi pronti alla pausa di pranzo. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri del nucleo operativo, a sparare sarebbe stato un solo killer. E sarebbe arrivato a piedi. Fuori, però, è assai probabile che ci fosse un complice a fare da palo. Nel negozio c’era soltanto Attilio. Il tempo di entrare, alzare l’arma e sparare. Cinque colpi esplosi a ripetizione, tutti a segno, tutti in parti vitali del corpo. Mentre la vittima cadeva dietro il bancone, l’assassino sarebbe uscito dal negozio senza incontrare ostacoli e avrebbe raggiunto a piedi, solo o in compagnia del complice, il vicoletto che dista pochi passi dal negozio e che collega via Napoli Capodimonte con Miano. Nel vicolo, che si apre sul regno del clan Licciardi, i due killer del commando avrebbero ripreso senza affanno un ciclomotore o un altro mezzo che vi avevano parcheggiato poco prima e, attraversando la stessa Masseria Cardone, potrebbero essersi poi allontanati in qualunque altra direzione. I carabinieri hanno già interrogato tutti i potenziali testimoni, dai negozianti agli avventori del bar agli abitanti delle case vicine. Tutti si sono detti all’oscuro di tutto, perfino negando di aver udito i colpi di pistola. C’è, però, una pista che potrebbe in breve condurre a identificare alcuni testimoni-chiave. Di fronte al negozio dove è avvenuto l’omicidio c’è, infatti, una banca: le telecamere dell’agenzia avrebbero filmato e registrato il passaggio sul marciapiedi di almeno cinque o sei persone nei momenti successivi al delitto. Quelle persone, dunque, potrebbero aver visto in faccia l’assassino, il suo complice o, almeno, potrebbero aver notato qualche particolare utile alle indagini. In queste ore, anche grazie alle conoscenze dell’Arma territoriale, i carabinieri stanno visionando i filmati per identificare i potenziali testimini e invitarli in caserma. Nell’immediatezza del fatto, invece, sono già stati sentiti gli impiegati della banca e i clienti che a quell’ora erano all’interno dell’agenzia. Tra le persone subito interrogate c’è anche la guardia giurata che era in servizio davanti alla banca. Ha dichiarato di non aver visto nulla, ma dalle immagini registrate dalle telecamere sembrerebbe che fosse invece in buona posizione rispetto alla scena del delitto. Paura?





Lo strazio della mamma: ditemi che non è lui




Il lamento di una mamma rompe il silenzio di via Napoli Capodimonte. Hanno ucciso suo figlio, colpendolo anche in volto, nemmeno lei lo riconoscerebbe, i carabinieri non le permetteranno di vederlo. Umana pietà. Lei grida. «No, Attilio no. Non è lui, non può essere lui». La donna barcolla mentre ripete il suo lamento, la reggono, ma si divincola, la tengono, ma rischia di cadere in quel dondolio ossessivo e consolatorio. È il pm Luigi Cannavale a chiedere per lei una sedia, gliela trovano in un negozio vicino, la sistemano alla meglio in un angolo riparato della scena del crimine. Intorno a lei gli altri parenti, saranno una quindicina, forse più, arrivano correndo e piangendo, avvertiti ora a casa ora al lavoro, sono disperati, sono increduli, sono fragili in mezzo a tanto dolore. Singhiozzi soffocati, grida sommesse, una sofferenza tuttavia composta. È una famiglia che appare subito fuori da ogni logica di camorra. Non protestano, non cercano le telecamere, non danno spettacolo di disperazione. Intorno, una piccola folla. Ce n’è di più quando i corpi sono esposti alla curiosità del popolo, qui non vedi, invece, che una saracinesca mezzo abbassata e i carabinieri che vi fanno buona guardia, e vedi i necrofori che vanno su e giù preparando carte e strumenti per il rito che la camorra ha voluto trasformare in una follia quasi quotidiana. I balconi non sono palchi vuoti, ma anche nelle case circostanti regna il silenzio. È un silenzio strano, mette i brividi, un silenzio forse mai ascoltato in una strada tanto trafficata del quartiere Secondigliano. La faida è paura, è omertà, è soprattutto un popolo con la bocca cucita. Se a trenta metri dal delitto una donna risponde al citofono, il suo sembra un urlo disumano, la strada è transennata, il traffico è interrotto, auto e pullman in fila, ore e ore senza ascoltare un clacson. I carabinieri del Ris eseguono a lungo ogni tipo di rilievo prima che il magistrato autorizzi la rimozione della salma. Ogni tanto si leva un lamento dall’angolo occupato dai familiari. Sorelle, fratelli, cognati, cugini. Arriva anche la moglie, una donna giovanissima, aveva sposato Attilio da soli quattro mesi. Originari di Miano, erano andati ad abitare a Lusciano. Dal sogno all’incubo. «Ora ci svegliamo», dice la ragazza piangendo. «Ora ci svegliamo e ci accorgiamo che non è Attilio, non è il nostro Attilio». Un’altra donna scuote la testa. Sussurra come se parlasse a se stessa: «Non può essere – dice – noi siamo lavoratori». È uno strazio collettivo. I carabinieri vi pongono fine con un’esigenza di servizio, li avvicinano a uno a uno, gli spiegano che tutti i familiari devono andare in caserma per raccontare quello che sanno e per riempire le carte del delitto. Vanno via. Si attarda la mamma di Attilio, stanca, smarrita davanti a quell’idea di un figlio morto che non le faranno vedere. Si ferma accanto a un’auto parcheggiata davanti al negozio, quasi l’accarezza. L’ha riconosciuta. Dice: «Questa è la macchina di Attilio». E ripete come una litania: «È la macchina di Attilio». I carabinieri la portano via.

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ELIO SCRIBANI – IL MATTINO 25 GENNAIO 2005

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