Ci sono storie che non restano chiuse nei referti medici o nei verbali, ma trovano un modo tutto loro per tornare a vivere. Quella di Bruno Petrone è una di queste. A fine dicembre, tra le strade di Chiaia, una serata come tante si è trasformata in un incubo. Un’aggressione improvvisa, violenta, senza senso. Due coltellate, la corsa in ospedale, l’intervento d’urgenza. Per giorni il tempo si è fermato tra la paura e una domanda che martellava nella testa: tornerà a giocare?
La risposta non è arrivata subito. È passata attraverso la fatica della riabilitazione, il dolore, la pazienza. Giorni lontani dal campo, a ricostruire non solo il fisico ma anche la fiducia. Perché per chi vive di calcio, il pallone è molto più di un gioco: è un motivo per rialzarsi. Poi arriva domenica. Una partita che pesa, di quelle che decidono una stagione. Castelpoto contro Angri, in palio la salvezza. Bruno è lì, in campo, con addosso tutto quello che ha passato.
Quando il pallone gli arriva in area, non ci pensa due volte. Tiro secco, rete. È il gol che chiude la partita, ma soprattutto è il gol che chiude un cerchio. Nella sua esultanza c’è tutto: si toglie la maglia, mostra le cicatrici, corre verso i tifosi. Non è solo gioia, è liberazione. Qualche mese fa lottava per la vita. Oggi corre sotto gli spalti, decisivo, protagonista. Il risultato dice 1-3, ma la vittoria più grande è la sua. E certe volte il calcio sa raccontare storie che vanno ben oltre il campo.
Le parole rilasciate a La Repubblica
Un gol che vale tanto.
«Tantissimo. È stato il primo che ho realizzato dopo l’aggressione. Ci sono riuscito nella partita più importante. Volevo contribuire alla salvezza dell’Angri».
Ha esultando mostrando le cicatrici.
«L’ho fatto di proposito, mica mi devo vergognare. È qualcosa che mi accompagnerà sempre, ma per fortuna sono andato avanti».


