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“Asporto, sicurezza e crisi ai tempi del Covid”: parlano i titolari di ‘Antonio&Antonio’, ‘Fresco’ e ‘Mattozzi’

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Una riapertura, quando sarà effettivamente decisa, piena di incognite soprattutto dal punto di vista economico. Ma, è questa la convinzione di chi è coinvolto, più si indugerà sui tempi e maggiori saranno poi gli ostacoli da superare e nemmeno il delivery, in Campania ancora vietato, sarà sufficiente per ripartire. Alcuni dei ristoratori più importanti della città, forzatamente chiusi da oltre 40 giorni a causa del lockdown deciso dal Governo per contrastare il Coronavirus, sono impazienti di rimettersi in pista. S’attengono alle regole, sono pronti a predisporre i locali in modo da garantire la sicurezza sanitaria di lavoratori e clienti ma intanto fanno i conti con un futuro incerto e attendono l’incontro con la Regione Campania che dovrebbe tenersi in settimana.

Le preoccupazioni del ristorante “Fresco’’

«L’asporto, se venisse consentito, potrebbe almeno portare ad un incasso del 5 o 10%. Certo, non risolve affatto i problemi ma sarebbe un iniziale passo in avanti – afferma Gennaro Varriale del ristorante “Fresco’’ di via Partenope – Noi non possiamo fare altro che rispettare i divieti e nel frattempo attendere notizie sulla sanificazione e sul distanziamento sociale. In questo momento se riuscissi a non licenziare nessuno degli oltre 30 dipendenti, ai quali per il momento non ho potuto pagare le ultime spettanze, sarebbe già un successo anche perché lo Stato non sta mantenendo gli impegni per sorreggere il settore commerciale».

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Antonio&Antonio, ristoranti come luogo di aggregazione

Alla riorganizzazione del servizio, con una predisposizione diversa dei tavoli che devono tendere al mantenimento del distanziamento sociale, alla continua igienizzazione a prevenzione del contagio da Covid-19, s’accompagna un altro fattore determinante: tranquillizzare i potenziali clienti facendogli abbandonare la paura di recarsi alle pizzerie e ai ristoranti. Ed è su questo che si basa il ragionamento di Antonino Della Notte amministratore unico del ristorante “Antonio&Antonio’’ di via Partenope 26. «Bisogna anzitutto far comprendere alla clientela che noi non saremmo dei potenziali untori del contagio del Coronavirus e che venire a pranzo o a cena sia più sicuro che andare alla posta o al supermercato». Nella visione di Della Notte, «i ristoranti sono luoghi di aggregazione, non dove si vive la paura. In proposito le mie idee su come riaprire in sicurezza ce le ho. In primis misurare la febbre ai lavoratori ad ogni cambio turno, nel caso qualcuno avesse una temperatura superiore ai 37, sarebbe rispedito a casa a protezione sua e di chi è nel ristorante a mangiare. Poi, distanziare i tavoli di almeno un metro, installare dispenser di igienizzanti».

Delivery inutile per Pippo Mattozzi

Ma consentire almeno le consegne del cibo di asporto, è davvero una panacea dei mali del settore di ristorazione?  «Noi non lo preferiamo, se abbiamo un locale dove sedersi prevedere anche la consegna a domicilio ha poco senso» afferma Pippo Mattozzi del ristorante che si trova in via Gaetano Filangieri. Lo stesso gestore poi aggiunge: «Almeno nella prima fase post riapertura bisognerà limitarsi nella preparazione dei piatti. Pizza, qualche primo, dei crocchè. Cucinare spaghetti a vongole o linguine all’astice con pochi clienti non servirebbe. Rispetto al periodo normale i ricavi saranno minori almeno del 30% e anche più – dice ancora Pippo Mattozzi. Da noi lavorano 6 persone, due cuochi, due camerieri, un pizzaiolo e un lavapiatti più due extra il sabato. Ecco, questi due extra probabilmente non potrò più chiamarli». 

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