Condanna in primo grado per Rita De Crescenzo. Il Tribunale di Napoli ha inflitto alla nota tiktoker napoletana una pena di un anno di reclusione nell’ambito di un procedimento per diffamazione legato a una serie di video pubblicati sui social network contro un’assistente sociale del Comune di Napoli. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico Luca Purcaro e riguarda contenuti diffusi su TikTok nel 2022. Secondo quanto ricostruito nel processo, i video erano rivolti a una professionista che seguiva una delicata pratica relativa al figlio della De Crescenzo, all’epoca minorenne.
Al centro della vicenda vi sono diversi filmati pubblicati nell’arco di alcuni mesi, nei quali l’assistente sociale sarebbe stata ripetutamente indicata e criticata dalla tiktoker. La donna denunciò di essere stata esposta a una forte pressione mediatica e di aver subito una campagna denigratoria attraverso i social. Gli episodi risalgono all’estate del 2022, quando il minore venne collocato in una comunità alloggio della provincia di Salerno nell’ambito di un provvedimento disposto dall’autorità giudiziaria. Dopo quella decisione iniziarono le pubblicazioni sui social che portarono successivamente alla denuncia e all’apertura del procedimento penale.
Dagli atti emerge che, a seguito delle tensioni generate dalla vicenda, il Comune di Napoli adottò anche misure di tutela nei confronti dell’assistente sociale, consentendole di svolgere l’attività lavorativa in modalità smart working per ragioni di sicurezza. Nel corso del processo la difesa della De Crescenzo ha contestato diversi aspetti dell’impianto accusatorio, tra cui la riconducibilità di alcuni contenuti diffusi online. La sentenza pronunciata dal Tribunale rappresenta tuttavia un primo riconoscimento delle ragioni della parte civile.
Oltre alla condanna a un anno di reclusione, il giudice ha disposto il risarcimento dei danni in favore dell’assistente sociale e il pagamento delle spese processuali. La decisione non è definitiva e potrà essere impugnata nei successivi gradi di giudizio. La vicenda riaccende il dibattito sull’utilizzo dei social network e sulle conseguenze che possono derivare dalla diffusione di contenuti ritenuti lesivi della reputazione altrui, soprattutto quando coinvolgono figure impegnate nell’esercizio di funzioni pubbliche particolarmente delicate.


