Da sinistra Nicola Sequino e Salvatore Torino

C’era un patto. Un patto criminale tra i Sequino di via Santa Maria Antesaecula e i Torino dopo la ‘rottura’ dal clan Misso. Secondo questo accordo gli uomini di Largo Donnaregina dovevano essere annientati e così la Sanità sarebbe passata ai due gruppi che l’avrebbero divisa 50-50. A fare questa dichiarazione ai magistrati fu il collaboratore di giustizia Gennaro Spinosa tra i condannati quest’oggi per l’omicidio di Vincenzo Prestigiacomo, nipote dello stesso Misso (leggi qui l’articolo).

«Lei mi chiede chi debba intendersi per “loro” ed io rispondo che faccio riferimento a Nicola Sequino che era latitante ma era rimasta in zona, a Salvatore Sequino che pure girava in zona Sanità, a Vincenzo Troncone, a Carmine Grosso, a Mirante Mariano, a Gatto Pasquale. Insomma a tutti coloro che facevano parte del gruppo di Nicola Sequino che ne era il capo. Egli si era accordato con Salvatore Torino nel senso di far parte di un unico gruppo contro i Misso che dovevano essere sterminati e nel senso di dividere al 50% tra i due gruppi i proventi illeciti della Sanità. Dopo che Salvatore Torino venne arrestato i soldi per il suo gruppo li prendeva Pasquale detto “o ‘Squilibrato” (che fa finta di essere pazzo e cammina con le gocce in tasca, ha anche il tesserino di invalido, la figlia inoltre è handicappata) per conto di Nicola Di Febbraro e li portava a Miano. Quando poi uscì Faustino Valcarenghi era lui che prendeva i soldi e li distribuiva a quelli del gruppo Torino, per ordine di Torino Salvatore che aveva detto che Nicola Di Febbraro doveva pensare a fare il latitante. Sia Pasquale sia Faustino si venivano a prendere i soldi da Carmine Grosso che raccoglieva i proventi illeciti delle piazze di droga e delle estorsioni. Io stesso sono stato presente alla consegna del denaro effettuata da Carmine Grosso, sempre nei pressi della pizzetteria di via Vergini angolo via Cristallini. Preciso che sia Pasquale».

L’omicidio di Vincenzo Prestigiacomo a Porta San Gennaro

Era il novembre del 2006 quando a Porta San Gennaro cadde sotto i colpi dei killer Vincenzo Prestigiacomo. L’uomo, marito di Celeste Misso e cognato dei più noti MichelangeloGiuseppe e Emiliano Zapata. Questo pomeriggio, dinnanzi al gip Della Ragione (XIII sezione) sono arrivate le condanne per tre ras imputati per quel delitto. Con la concessione delle attenuanti sono stati condannati Vincenzo Troncone a trent’anni, Nicola Sequino a venti e Gennaro Spinosa a dieci anni di reclusione. Assolto Andrea Manna.

La guerra tra i Misso e i Torino

Le indagini, svolte dalla squadra mobile sotto il coordinamento della Dda, consentirono di acquisire riscontri di diversa natura alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia tanto da delineare un grave quadro indiziario nei confronti degli indagati destinatari della misura. Arresti che scattarono nel maggio dello scorso anno. Prestigiacomo morì a soli 33 anni. Durante quell’azione di fuoco una donna rimase ferita: era all’interno di un bar quando fu colpita da una pallottola vagante. Erano gli anni della guerra tra i Misso e la fazione scissionista capeggiata da Salvatore Torino ‘o gassusar.

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